11/06/2026
Tiziana Viola-Massa e i suoi Dūlband: il segno come custodia del sacro umano nella lettura di Massimiliano Reggiani
Arte Prima Pagina

Tiziana Viola-Massa e i suoi Dūlband: il segno come custodia del sacro umano nella lettura di Massimiliano Reggiani

Dic 10, 2025

PALERMO – Dal 12 al 20 dicembre 2025, negli spazi della galleria d’arte Studio 71 a Palermo, prende forma Dūlband, la mostra personale di Tiziana Viola-Massa, sotto la direzione artistica di Vinny Scorsone.  Il titolo della mostra rimanda al termine persiano dūlband, da cui deriva la parola “turbante.

Saranno esposti quindici lavori, tra oli e disegni, che si muovono in un territorio sospeso tra sogno e realtà, tra corpo e trascendenza. I soggetti, isolati da ogni riferimento narrativo, non abitano un paesaggio ma sembrano piuttosto contenerlo.

Su questa soglia si colloca la riflessione critica del dott. Massimiliano Reggiani. Il suo sguardo non accompagna, ma interroga la pittura di Tiziana Viola-Massa, restituendone la profondità etica e spirituale.

È da qui che prende avvio l’analisi del critico Reggiani sui Dūlband di Tiziana Viola Massa

 << Volti che portano il segno di un percorso di sofferenza e diventano simboli della condizione umana: sono i protagonisti della nuova personale di Tiziana Viola Massa, artista siciliana che ha fatto dell’uomo e del sacro – ma non del rito – il centro della propria ricerca pittorica. L’evento, curato da Vinny Scorsone, ha per titolo un vocabolo persiano: Dūlband.È una parola – spiega la Curatrice – da cui deriva il termine italiano ‘turbante’ ed è proprio a questo copricapo così caratteristico che Tiziana ha voluto dedicare la sua recente mostra. La scelta non è affatto casuale ed è stata maturata nei lunghi mesi di frequentazione del reparto di oncologia di un ospedale di Palermo. Donne in chemioterapia si coprivano il capo con foulard colorati, per rendere, forse, meno dolorosa una calvizie forzata: un attimo di colore e spensieratezza tra tanto dolore, per rivendicare la propria femminilità e il proprio diritto di esistere anche in momenti drammatici che sembrano privarle del futuro”.

 Tiziana Viola Massa, che all’Accademia di Palermo si è perfezionata in Arte Sacra contemporanea, ha una tavolozza intima e riflessiva, lontana dall’abbagliante solarità della propria isola e anche dagli archetipi un po’ stereotipati dell’identità meridionale. Nessun richiamo alla vita agricola, alla fatica fisica, ai fasti barocchi, ai mercati e alle tonnare: i colori sono principalmente terre e quando appaiono i blu profondi più che il mare richiamano l’ombra. Uomini e donne, quindi non abitano il paesaggio narrando racconti ma sembrano contenerlo, come se le umane radici dei siciliani sublimassero quella natura aspra, facendosi carne, gesto e sguardo.

 Il reparto oncologico, quindi, diventa una capsula del tempo, slegata da ogni orario, dal ritmo frenetico e ciclico della città che contiene e sovrasta l’intero complesso sanitario. Chi vi è costretto, nelle lunghe attese, nello stillicidio delle infusioni, nel dramma silenzioso dell’attesa di un referto istologico, diventa corpo assoluto, portatore di mille esperienze, di colori e di profumi, di cantilene e di confusione, contenute nello scrigno prezioso di membra malate. Dentro quelle individualità scorre una cultura antica, in cui il turbante è stato non solo memoria, ma anche identità e orgoglio. Un retaggio ambivalente che affonda nel passato remoto ma serve, nell’attualità, a celare, a coprire, a dichiarare la propria condizione e cercare un riscatto in cui il problema – la malattia – viene bilanciata da un momento di iridata bellezza.

 L’arte di Tiziana Viola Massa, usa ai primissimi piani, agli sguardi diretti, ai volti silenziosi, ai fondi neutri, alle presenze decontestualizzate, si sposa felicemente con questa realtà. È il linguaggio adatto a rappresentare la dignità della sofferenza, la forza vitale che si rigenera nella persona stessa trovando in sé quel ponte che lo lega all’impeto salvifico della trascendenza. La chiave più nascosta della sua pittura credo sia riposta proprio in questo livello spirituale che non è esteriore, manierato, teatrale: tutt’altro. La carne si fa tabernacolo, custodisce il sacro e il mondo apparente – la natura ritmica e transitoria, scolora e svanisce: esiste ma non significa.

La luce dello spirito, invece, si raggruma in sottilissime lamine d’oro, mescolate al ruvido delle superfici, alla materia dell’essere. Un’icona del mondo moderno, una presenza che testimonia l’insondabile. Per questo la sua cifra stilistica esplora da anni una tridimensionalità più mentale che visiva: i corpi del presente dialogano con i propri fantasmi, con gli ideali o le idee, con le emozioni o le nostalgie che a loro volta si materializzano nel medesimo spazio ma in proporzioni assolutamente slegate dalla visione naturale. Persone e personaggi convivono in uno spazio poetico fatto di relazioni emotive, di fili della memoria intrecciati e annodati ma dipinti con una logica di connessioni tanto libere quanto coerenti che trovano nell’artista russo Marc Chagall il loro maestro esemplare>>.

Massimiliano Reggiani

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