Stai zitta! Il silenzio che uccide
I Consigliati di Milena Bonvissuto
Il 25 novembre, Giornata internazionale sulla violenza contro le donne, non è solo un momento di memoria, ma un richiamo all’azione. In questa occasione, le parole di Michela Murgia nel suo libro “Stai zitta” risuonano con forza e urgenza. Un titolo provocatorio, che racchiude in sé secoli di silenzi imposti, di voci soffocate, di identità negate.

Murgia ci guida in un viaggio attraverso il linguaggio quotidiano, svelando come frasi apparentemente innocue “sei troppo emotiva”, “non fare la drammatica”, “non è un lavoro da donna” siano in realtà strumenti di controllo. Il linguaggio, ci ricorda, non è neutro: plasma la realtà, la legittima, la giustifica. E quando le parole diventano gabbie, la violenza trova terreno fertile.
La violenza sulle donne non si manifesta solo con lividi e ferite visibili. È anche quella psicologica, economica, istituzionale. È il mobbing sul lavoro, la svalutazione nei media, l’assenza di rappresentanza nei luoghi decisionali. È il “mansplaining”, il “gaslighting”, l’idea che una donna debba sempre giustificarsi, spiegarsi, chiedere il permesso.
“Stai zitta” è l’imperativo che troppe donne si sentono rivolgere, esplicitamente o tra le righe. Ma oggi, più che mai, è il momento di rispondere con un “no” forte e chiaro. Parlare, denunciare, raccontare: sono atti di resistenza. E ogni voce che si alza rompe un pezzo di quel muro di omertà che protegge la violenza.
La lotta contro la violenza di genere non è una battaglia delle donne per le donne. È una responsabilità collettiva. Serve educazione, ascolto, leggi efficaci, ma soprattutto un cambiamento culturale profondo. Come scrive Murgia, “non si può cambiare il mondo se non si cambia il modo in cui lo si racconta”.
In questa giornata, leggiamo, ascoltiamo, parliamo. Facciamo spazio alle storie delle donne, alle loro parole, alle loro battaglie. Perché il silenzio non è mai neutro. E perché ogni “stai zitta” che viene smascherato è un passo verso la libertà.
E ricordiamoci: ogni parola che scegliamo può essere un seme di cambiamento o un’arma di oppressione. Sta a noi decidere come usarla.
