18/04/2026
L’anima del segno: conversazione con Sergio Di Paola
Arte Interviste

L’anima del segno: conversazione con Sergio Di Paola

Ott 24, 2025

Nel giardino d’inverno di Palazzo Tittoni, cornice rinascimentale di rara eleganza, l’artista palermitano Sergio Di Paola espone NVMINA, un percorso espositivo che si muove tra mito e simbolo, nel segno di una profonda tensione spirituale.
Venticinque opere in china su carta, curate da Massimiliano Reggiani, raccontano un viaggio iniziatico che si sviluppa attraverso tre cicli: Il Dionisiaco, La Genealogia del Sole e Il Ciclo blu, ispirato alla Basilica sotterranea di Porta Maggiore.

Lo incontriamo per entrare nel suo universo artistico, dove l’inchiostro diventa sostanza viva e il gesto pittorico si fa rito.

  • Sergio, il titolo della mostra, NVMINA, evoca il sacro, la potenza del divino invisibile. Da dove nasce questa scelta?


Il titolo racchiude l’essenza stessa della mia ricerca. Numina sono le forze primordiali che abitano il mondo, presenze sottili che non si vedono ma si avvertono. Il mio lavoro tenta di dar loro un corpo o, meglio, un passaggio nel visibile.
Attraverso l’inchiostro di china, che considero un varco interiore, cerco di incidere il vuoto, di far emergere la materia viva della metamorfosi del divino.

  • Le tue opere si muovono tra caos e ordine, tra luce e oscurità. È una tensione costante nel tuo linguaggio.


Sì, è una polarità che mi appartiene profondamente. Il segno nasce dal contrasto, e in quel contrasto si manifesta la vita. Il bianco e il nero sono i due poli dell’esistenza, mentre il rosso e il blu irrompono come presenze archetipiche, simboli di passione e trascendenza, di fuoco e abisso.
Mi interessa quel punto di equilibrio instabile dove il visibile si apre all’invisibile.

  • In NVMINA parli di una “catabasi spirituale”: una discesa nelle radici dell’identità collettiva. Puoi raccontarci questo viaggio?


Ogni ciclo della mostra rappresenta una tappa di quel viaggio interiore.
Nel Dionisiaco c’è il caos vitale, l’ebbrezza, la pulsione primordiale.
Nella Genealogia del Sole emerge invece la luce ordinatrice, la consapevolezza.
E infine, nel Ciclo blu , ispirato agli stucchi della Basilica di Porta Maggiore.  la dimensione misterica ed ectonia, in cui tutto si purifica nel silenzio.  È un percorso di riscoperta, quasi una liturgia del sé.

  • C’è un forte senso rituale nel tuo modo di lavorare. Come vivi il gesto artistico?


Per me l’atto del tracciare è un rito, non una semplice azione estetica.
Ogni linea è un respiro, un atto di concentrazione. L’inchiostro di china impone disciplina, non ammette correzioni: ogni segno è definitivo, come una dichiarazione.
In questo c’è qualcosa di ascetico, ma anche di profondamente liberatorio.

  • La tua biografia racconta un periodo di silenzio dopo un grave incidente, che sembra aver segnato una svolta nella tua arte.


È vero. Quell’esperienza mi ha costretto a fermarmi e a guardare dentro. È stato un tempo sospeso, di dolore ma anche di rinascita.
Lontano dalle mostre, ho approfondito lo studio delle simbologie antiche, ho cercato la sostanza spirituale del segno.  Da quella pausa è nata una nuova consapevolezza: l’arte come rito di trasformazione.

  • Quale messaggio desideri che il pubblico colga da NVMINA?


Più che un messaggio, mi auguro che lo spettatore senta un’eco, un richiamo interiore.
Le figure che ho tracciato non sono personaggi, ma stati d’animo, frammenti dell’anima collettiva.
Vorrei che ognuno riconoscesse in esse una parte di sé: la propria luce, il proprio buio, la propria metamorfosi.

  • Chiude il cerchio la tua amicizia con Gigi Vinci, che ti segue e supporta dal principio. Quanto conta per te questo dialogo?


Moltissimo. Gigi Vinci è un professionista raro, capace di unire sensibilità culturale e intuito umano.
Segue il mio percorso con attenzione e rispetto, costruendo un dialogo autentico tra arte e pubblico.
Il suo sguardo è sempre lucido, ma anche profondamente empatico: la sua presenza all’anteprima ha dato forza e respiro a NVMINA, trasformandolo in un’esperienza condivisa.

  • Vuoi dedicare un pensiero a chi ha reso possibile questa mostra, dal curatore all’anfitrione che l’ha accolta?


Certamente. Desidero esprimere la mia più sincera gratitudine a Massimiliano Reggiani, che ha saputo interpretare con lucidità e profondità il senso più intimo del mio lavoro, donandogli una lettura critica di rara sensibilità.
E un ringraziamento speciale va al Duca Luigi Catemario Tittoni di Quadri, che ha voluto ospitare NVMINA nel meraviglioso giardino d’inverno di Palazzo Tittoni.
Le sue parole  “Ospito con gioia, nell’antico giardino d’inverno di Palazzo Tittoni, oggi sala serra, la mostra del giovane e promettente artista Sergio Di Paola. Le sue opere in inchiostro di china dai tratti incisivi, profondi, visionari coinvolgono lo spettatore con il loro linguaggio simbolico altamente evocativo. L’ambiente storico del palazzo ben si confà alla sua arte contemporanea ma dalle solide radici classiche” , rappresentano per me un onore e una responsabilità.
Il contesto storico del palazzo dialoga perfettamente con la mia ricerca contemporanea, che affonda le radici nel mito e nella classicità.

Nota del critico e curatore Massimiliano Reggiani

“NVMINA” è un’espressione antica, arcaica, di inaudita potenza. È la presenza del divino che risuona e sconvolge la normalità e la regolarità dei ritmi del mondo. Precede la forma fisica del sacro, che solo successivamente diventerà antropomorfo, conoscibile, descrivibile.

Sergio Di Paola, artista fortemente radicato nella linfa libetana della sua Marsala, usa questa parola per dare alla mostra il senso e il segno capaci di scuotere chi guarda. Il tratto della china, infatti, è continuo e concettuale: appartiene a chi possiede mentalmente il risultato della propria creazione ancor prima di tracciarla.

Sono indiscutibilmente dei corpi che ci appartengono visceralmente. Che cosa hanno di antico, oltre ai nomi delle singole divinità (Numina, appunto, plurale di Nume), da farceli sentire dentro più che immaginarli davanti agli occhi, come odierni spettatori?

Sergio Di Paola studia attentamente il mito, ma non si esprime da archeologo, da filologo o da appassionato di un mondo classico quasi perduto: egli lo rivive intimamente e quotidianamente, seguendo un procedimento di tipizzazione che già gli antichi avevano percorso nell’antropomorfizzare i propri dèi.

Il suo occhio si posa sui corpi attuali attraverso il filtro iconografico del classicismo, che attinge tanto alle collezioni archeologiche quanto ai richiami del Rinascimento — quest’ultimo in omaggio alla prestigiosa sede espositiva della mostra, il giardino d’inverno di Palazzo Tittoni. È un esempio di perfetto connubio tra il rigore compositivo dell’architetto Carlo Fontana e il desiderio di continuità con l’antico tipico dei grandi collezionisti e dei creatori di magnifici antiquaria.

Sergio Di Paola fa rivivere un passato mai sopito nelle membra della modernità. Contemporaneo è il segno, nervosamente fluido, sicuro e coinvolgente. Non vi è tratteggio, chiaroscuro, ombra propria o proiettata. La trama labirintica della linea si addensa e si contrae per evocare lo scorcio, per suggerire la massa, il perdersi del volume nell’oscurità del tempo.

La rara capacità di ripercorrere i profili anatomici, il susseguirsi di sezioni che brillano di una trasparente luminosità — cristallizzate, algide, racchiuse in una capsula visiva quasi astratta — fissa istanti per trasformarli in medaglioni senza tempo.

I corpi sopravvivono solo per le parti necessarie: non sono mutilati, ma ridotti al senso più profondo. Ciò che rimane condensa ed esprime l’intero significato, in una lezione compositiva che crea un ponte diretto con la secessione viennese e i disegni di Egon Schiele.

Nudi senza età, nel fiore degli anni, adornati solo dei propri attributi identitari, i soggetti di NVMINA non cercano il rito, bensì l’Olimpo, la loro propria natura.

L’artista li ha riuniti in tre grandi epifanie: quella del rosso turbinoso, in cui il colore diventa materia che scolpisce per campiture piatte la veemenza e la frenesia del mito; la Genealogia del Sole, in cui il pigmento resta confinato nella circolarità del disco celeste, identificandosi simbolicamente con il divino; e infine le opere ispirate alle raffigurazioni misteriche della Basilica ipogea di Porta Maggiore, dove il blu intenso trasporta in uno spazio mentale riflessivo, ancora vivo nonostante lo scorrere dei secoli.

Assolutamente contemporanea è la lettura delle singole vicende, vissute non come forze cosmiche ma nella loro evidente capacità di generare archetipi psicologici e comportamentali che trovano nel variegato universo umano la propria forma fisica più adatta.
Così abbiamo non solo l’evidenza e il sembiante, ma anche il moto interiore, il sommovimento dell’anima che scuote l’intero essere e — per l’estasi o per il dolore — lo torce o lo chiude, lo domina o lo avvampa.

L’artista si pone un limite, volontario e raffinato: non cede all’espressionismo, alla distorsione per trasmettere lo strazio o il gemito.
Questa scelta, che mantiene tutte le sue opere in uno spazio senza tempo, è l’arma vincente dell’intera esposizione.

I NVMINA non sono esseri umani titanizzati, non si lasciano prendere dalla teatralità del nostro dolore.
Vivono le proprie tragiche o gloriose vicende con serenità, in una maniera assolutamente diversa — divina, appunto — che ne mantiene intatta la sacralità.