Claudia Brignone e “Tempo d’attesa”: la maternità come viaggio condiviso
Con Tempo d’attesa, Claudia Brignone firma un documentario che attraversa la maternità come esperienza di una rinnovata coscienza femminile. Presentato al 41° Torino Film Festival, il film ha conquistato il Premio Speciale della Giuria Documentari Italiani, distinguendosi per la sua capacità di raccontare con delicatezza, ma anche con forza, temi intimi ma al contempo comuni. Girato tra i “cerchi” di donne guidati dall’ostetrica Teresa De Pascale nel Bosco di Capodimonte, Tempo d’attesa diventa un viaggio fatto di ascolto, condivisione e rinascita. In questa intervista, Claudia Brignone ci accompagna dentro le emozioni, le paure e le scoperte che hanno nutrito il film, rivelando quanto la comunità e la voce femminile possano essere strumenti potenti di cambiamento
- Claudia Brignone, “Tempo d’attesa” esplora la maternità attraverso gli incontri settimanali nel Bosco di Capodimonte. Come è nata l’idea di focalizzarsi su questo gruppo e sulla figura di Teresa De Pascale?
Il motivo per cui ho scelto di fare questo film è legato alla mia esperienza personale. Sono diventata mamma cinque anni e mezzo fa e avevo molta paura del parto. Ho cercato modi per affrontare quella paura, non solo fisicamente, ma anche con il cuore e la mente. Così ho frequentato diversi corsi pre-parto. In uno di questi ho incontrato Teresa De Pascale , un’ostetrica che organizza cerchi di condivisione tra donne. Non sono corsi canonici: sono incontri che ti aiutano a riconnetterti con te stessa, con il tuo sentire, con i tuoi bisogni.
Viviamo in una società dove tutto corre veloce. Quei cerchi mi hanno insegnato a rallentare, a ricordarmi chi sono. Dopo averli vissuti, ho avuto un parto molto bello e mi sono sentita forte. Ho pensato che ogni donna dovrebbe avere il diritto di vivere un’esperienza così. E poiché lavoro con le immagini, ho voluto raccontare questa possibilità attraverso un film.
- Lei ha dichiarato che “Tempo d’attesa” nasce dalla sua esperienza personale. In che modo questa ha influenzato la narrazione? È stato difficile bilanciare il coinvolgimento emotivo con uno sguardo documentaristico “esterno”?
Assolutamente sì. Il coinvolgimento emotivo era forte, perché io stessa ero molto vicina alle donne del film, condividevamo un’urgenza comune. È stata la prima volta che mi sono sentita di entrare nelle case, di filmare anche momenti molto intimi come i travagli, i parti , cose che all’inizio non immaginavo nemmeno.
Il film è nato come racconto dei cerchi, ma si è trasformato. Le donne mi hanno aperto le porte delle loro vite, mi hanno fatto sentire a mio agio. Alcune scene sono arrivate in modo del tutto imprevisto: un parto in auto, un altro in ospedale filmato per caso, quando una ragazza che conoscevo poco ha capito quanto fosse importante per me quel racconto e ha accettato di farsi filmare. Questa fiducia è stata per me il dono più grande.
- Nel documentario, lei affronta temi considerati ancora da alcuni un pò un tabù, come la sessualità in gravidanza e la violenza ostetrica. Come ha scelto di rappresentare questi aspetti così delicati?
Lavorando con la montatrice, abbiamo scelto con cura parole e racconti, lasciando che emergessero con autenticità. Teresa, l’ostetrica, parla della sessualità legata al parto in modo molto diretto. Lo fa perché gli organi coinvolti sono gli stessi e perché creare un ambiente ostile, con luci forti e tensione, può bloccare anche un atto naturale come fare l’amore, figuriamoci partorire.
Sulla violenza ostetrica, c’è un passaggio chiave nel film: Teresa dice che se un intervento è necessario e spiegato, non viene percepito come violento. Il problema nasce a volte in merito ad alcune decisioni riguardanti la madre e del bambino. In Italia, in alcuni ospedali e non sempre, persistono ancora protocolli obsoleti come ad esempio una privatizzazione eccessiva e una cultura che porta la donna a rivolgersi al ginecologo invece che all’ostetrica, anche quando la gravidanza è fisiologica. Il film vuole dare strumenti per scegliere, con consapevolezza.
- “Tempo d’attesa”, presentato al 41° Torino Film Festival, ha raccontato la maternità come rinnovata coscienza del femminile e ha vinto il Premio Speciale della Giuria Documentari Italiani. Che emozione è stata ricevere questo riconoscimento e come ha reagito il pubblico?
È stato un momento di grande emozione. Questo premio ha rappresentato un riconoscimento importante non solo per me, ma per tutto il lavoro corale che c’è dietro il film. Tempo d’attesa è un documentario “piccolo” in termini di produzione, ma nato da un’urgenza vera e condivisa, e vedere che una giuria prestigiosa ne ha colto il valore è stato davvero significativo.
Anche il pubblico ha reagito con grande calore: durante le proiezioni si ricrea spesso un cerchio, proprio come quelli del film, dove le persone ,donne, famiglie, persino uomini, si sentono coinvolte e libere di condividere pensieri ed emozioni. Un critico, Giulio San Giorgio, ha scritto che il film sembra una comunità che si libera perché può esprimersi, e credo sia uno dei commenti più belli che potessero farmi.
Inoltre, Tempo d’attesa è stato selezionato tra i 15 documentari italiani candidati ai David di Donatello 2025 su oltre 150 titoli. Anche solo arrivare fin qui, per noi, è un traguardo enorme.
- Claudia, lei ha diretto altri documentari come La Villa e La malattia del desiderio. Ci sono temi ricorrenti o una filosofia comune che lega i suoi lavori?
Credo che il tema della paura sia un filo conduttore nei miei film. Anche nel primo lavoro, La malattia del desiderio, che racconta un centro per tossicodipendenze a Napoli, c’era la paura di entrare in contatto con un mondo che non conoscevo. Ho trascorso anni dentro quel luogo per raccontare le persone con rispetto e profondità.
Lo stesso è accaduto con La Villa, che è ambientato nel parco di Scampia. Lì ho voluto affrontare gli stereotipi legati alle periferie, raccontando un’umanità viva e complessa. Nei miei film c’è sempre questo bisogno di guardare gli altri per capire chi sono io.
Con Tempo d’attesa, invece, è successo qualcosa di diverso: non solo ho osservato, ma mi sono immersa dentro quelle storie. Sono entrata nelle case delle protagoniste, ho vissuto con loro momenti molto intimi, anche di travaglio e parto. È stato un passo ulteriore, perché mi sentivo vicina a quelle esperienze come mai prima.
- Ha studiato regia documentaristica all’ACT Multimedia di Roma e partecipato a workshop con registi come Pietro Marcello. Quanto hanno influenzato queste esperienze sul suo sguardo?
Tantissimo. Pietro Marcello, ad esempio, mi ha insegnato a guardare la realtà con uno sguardo poetico, senza paura di cercare il lato più profondo e universale delle storie. I workshop mi hanno aiutato a sviluppare una sensibilità per l’incontro umano, che per me è alla base del documentario. Credo che il mio modo di fare cinema sia sempre stato influenzato da questo approccio: raccontare non solo i fatti, ma le emozioni e i non detti che li attraversano.
- Il film mostra il ruolo cruciale di figure come Teresa nel supportare le future madri. Qual è il messaggio che spera il pubblico colga sul sostegno comunitario in gravidanza?
Penso che la maternità non sia un percorso da vivere in solitudine. Teresa, con i suoi cerchi, incarna l’idea di una comunità che accoglie, che ti guarda e ti sostiene. Io credo che abbiamo bisogno di tornare a questo: di non chiuderci dentro le nostre case “perfette” ma vuote, di non avere paura dell’altro. Il film vuole essere un inno allo stare insieme, alla possibilità di costruire comunità vere. La maternità può essere un momento difficile, ma è anche un’occasione straordinaria per creare legami. Questo è il messaggio più importante che spero arrivi.
- Guardando al futuro, ci sono nuovi progetti o temi che Claudia Brignone desidera esplorare nei suoi prossimi lavori?
Adesso sono concentrata sul percorso di Tempo d’attesa, che sta girando molto, ma ho già in mente nuovi progetti. Non so se continuerò a esplorare il mondo della maternità, ma di certo voglio proseguire a raccontare storie che nascono dall’incontro con le persone, dai luoghi che sanno parlare e dalle emozioni che ci uniscono.
La ringrazio per la sua disponibilità e per il tempo che ci ha dedicato



