11/06/2026

Incontri e Racconti a cura di Edoardo Palumbo

Sono le quattro del mattino, minuto più, minuto meno.

Forse, sono quasi le cinque.

Chissà.

Se alzi le persiane, o se guardi il telefono per vedere l’ora, ti rendi conto che ormai è giorno.

Non hai dormito, almeno non stanotte.

Fa troppo caldo, il ventilatore soffia una pigra folata di scirocco, e i capelli sulla nuca sono appiccicaticci, unti dal sudore e dall’umido inclementi.

Così, te ne stai nel buio, senza altri in casa, ed è questa l’ora in cui si affacciano gli Spiriti.

CRICK, li senti dalle stanze.

Chi è stato?! C’è qualcuno?! Distendi le orecchie, cogli il suono particellare della corrente elettrica. Niente, nessuno in casa.

Dopo pochi minuti, un altro rumorino. TAC.

Saranno stati gli infissi? O qualcosa da fuori, magari dalla strada, che avresti identificato se ti fosse successo a un metro di distanza, ma che invece è stato riflesso, rifratto, e ti ha raggiunto in un tocco innaturale, sinistro.

O anche, forse è stata l’entropia, che ha fatto schioccare con un sonoro crepitio di assestamento la bottiglia di acqua frizzante, che hai lasciato chiusa male nel vano portabibite del frigo.

Oppure, escluse tutte queste cause, sono stati veramente loro: gli Spiriti.

Si divertono a burlarsi di te, proprio mentre stai lì lì per abbandonarti all’agognato oblio; e ti ricordano che, finché sei nel mondo dei vivi, hai il dovere, più che il diritto, di provare emozioni. Perché “Per riposare” direbbero gli Spiriti, “hai tutta l’eternità”.

Ora, immaginati lontano, disperso nel verde, nella selva per eccellenza, la foresta amazzonica. La situazione è la stessa: la casa è vuota, sono le quattro o cinque di mattina, e i capelli sono ancora più fradici, immersi nell’umido per antonomasia. Ma lì, gli Spiriti sono più forti.

Noi, con il cristianesimo prima e il secolarismo poi, li abbiamo sfibrati, riducendoli a storielle di folklore, ridicole superstizioni.

Invece, gli indigeni amazzonici considerano gli Spiriti come qualcosa di ben lontano, da un aneddoto scritto su un libro di antropologia. Piuttosto che crederci, sono consapevoli, di viverci in mezzo. Ci fanno i conti quotidianamente, li incontrano sui sentieri come occhi gialli tra le fronde, oppure li hanno perfino affrontati, quando gli Spiriti sono usciti fuori dall’acqua del fiume camuffati da delfini ben vestiti, mossi dal perturbante proposito di rapire giovani vergini indifese. Non stanno né sopra, né sotto, gli Spiriti amazzonici, ma esattamente tra le persone, gli alberi, le farfalle e i giaguari. Sono palpabili, come lo scorrere del tempo.

Tornando a quella notte nella selva, in quella casa vuota e con l’umido per antonomasia tra i capelli, stavo giusto per addormentarmi, al sopraggiungere dell’ora più buia, quando BUM!

Hanno bussato, al portone d’ingresso.

Uno sbattere severo, un colpo solo, mi ha calciato il cuore in gola.

«CHI È?!» ho gridato.

Niente, silenzio.

Ho riprovato a dormire, ma BUM!

Di nuovo.

Sono sceso dall’amaca, e ho accostato l’orecchio al legno del portone.

«CHI È?!» ho gridato ancora, ma nessuna risposta.

Così, mi sono appostato sulla finestra che dava sul cortile, da cui si vedeva anche il portone dall’esterno.

Ho aspettato un minuto, e infine BUM!, ho visto il mio Spirito.

Esattamente sopra il portone, di fuori, c’era una luce.

Intorno a quella luce volteggiavano, in tondo, un tornado di falene, moschille e zanzare.

Il mio Spirito, un gattaccio tutto concentrato, balzava per agguantarne qualcuna.

Sbatteva sulla porta, così, come un rugbista, mentre con la zampetta acciuffava, di tanto in tanto, un paio d’ali qua e là.

Ho riconosciuto il mio Spirito, quella notte, perché era grande e consistente. Solo così, mi sono tranquillizzato e ho potuto finalmente riposare.

Invece, nella mia casa alle porte di Roma, non riesco a trovarli. Sarà perché si tratta di Spiritelli piccoli, o come dicevamo, sfibrati dalla Storia, ma fatto sta che non li vedo. Né arrampicati sugli infissi, né distesi sulla plastica della bottiglia d’acqua, né deambulanti lungo la strada antistante alla finestra. Me li devo cuccare, mentre se la spassano a molestarmi con una moltitudine di CLACK o TIC, fino a costringermi ad accendere la luce, raccogliere il portatile da terra, e offrirgli in sacrificio il presente articolo. Quando avrò finito di scrivere, magari, si placheranno compiaciuti, e mi lasceranno in pace.