Protagora di Abdera: Il Sofista
Articolo a cura di Vittorio Salmeri
Dal V° secolo in poi, ad opera di un gruppo di filosofi ateniesi, detti “ Sofisti”, comincia ad essere tema della filosofia, l’uomo. La continua polemica condotta da Platone, nei suoi “ Dialoghi”, contro questi filosofi, ha contribuito, presto, a dare al termine”sofista” un significato dispregiativo, diventando sinonimo di “uomo cavilloso” che cerca di imbrogliare con le parole, ed era proprio così.
In realtà, l’equivalente moderno del termine greco “sophistés”, derivante del verbo “sophizesthai”, indicante la professione di uomo colto, corrisponde all’italiano “Intellettuale”, oppure all’inglese“Penman”, uomo di penna o letterato.

In realtà, i“Sofisti”, gli intellettuali di quel tempo, volevano adoperarsi con ogni spregiudicato impegno a combattere superstizioni e tradizioni degli ambienti conservatori di Atene e all’inizio avevano suscitato anche molto entusiasmo, ma con l’andar del tempo la loro abilità, soprattutto tecnica, si era rivelata un “intellettualismo retorico”: i sofisti insegnavano a ragionare e a convincere, ma sul come vivere non sapevano fornire alcuna dottrina. Nel dialogo “La Repubblica” Platone dirà di loro:” questi insegnanti mercenari, che gli oratori popolari chiamano “ sofisti” e considerano come loro avversari nell’arte di ammaestrare e di persuadere, non fanno altro che ripetere nel loro insegnamento le massime che la moltitudine professa nelle assemblee e le chiamano saggezza…essi vendono all’ingrosso e al minuto gli insegnamenti a chi ne desidera, lodano tutto quello che vendono, e forse anche taluni di costoro non sanno quali delle cose che vendono siano buone o cattive per l’anima; e del pari quelli che comprano da loro, salvo qualcuno che conosca la medicina dell’anima”.
Essi insegnavano di tutto: morale, diritto, retorica, economia, filosofia, ma soprattutto, l’arte della politica, cioè, l’arte del saper convincere.
I “Sofisti” furono tutto, fuorchè sapienti. “ essi, come afferma G. Maritain, volevano i profitti della scienza senza la verità” (1); essi non volevano e non cercavano la verità, perché essi erano i primi a non volerla e a non cercarla. Volevano il trionfo dell’opinione, facendo leva sui sentimenti e sulle passioni umane; in questo senso, non furono autentici “filosofi” cioè,“ amanti della scienza”, ma “ approfittatori della scienza”.
Tra i Sofisti il più famoso fu Protagora, del quale nessuna opera intera ci è pervenuta; dei pochi frammenti, giunti attraverso Platone ed Aristotele, ne ho scelto uno, che sintetizza bene il suo pensiero:
Di tutte le cose è misura l’uomo: di quelle che sono, per ciò che sono, di quelle che non sono, per ciò che non sono…
Intorno ad ogni oggetto ci sono due ragionamenti contrapposti…

Questa è la famosa formula di Protagora, una delle prime imparate sui banchi di scuola e che ricordiamo di più, forse perché molto legata alla sensibilità adolescienziale di quegl’ anni: chi di noi non ha sentito sua questa idea: che le cose possono essere vere o no a seconda di come io le vedo e non come le vedono gli altri ( oggi, forse, abbiamo imparato a pensarla diversamente? Speriamo).
Grande indignazione e nello stesso tempo grande successo ad Atene avrà causato questo suo pensiero: i suoi nemici erano convinti che avesse detto che il sapiente fosse colui che fa apparire come buone le cose cattive e viceversa; i suoi seguaci invece erano entusiasti perchè convinti che egli avesse detto che il sapiente fosse colui che è capace non solo di fare apparire le cose come buone ma di presentarle essendo buone.
Protagora si presentava come un “ opportunista” in filosofia? Certamente: a volte, ciò che è opportuno in un dato momento, oggi, e per un tale, non lo è per un altro, domani, diceva infatti: Ricordati che per l’ammalato il cibo appare ed è amaro, e per il sano invece è il contrario. E tutto questo grazie ad una arma che il filosofo, in particolare il filosofo sofista, ha: “la parola”; mentre il medico, tornando alla frase di prima, ha più armi, le molte medicine.
Ma c’è un’altra frase che ai contemporanei sembrò mascherasse qualcosa di preoccupante: Riguardo agli dei, non so né che sono, né che non sono, né di che natura sono…nè quale sia il loro aspetto. Molte cose, infatti, ne impediscono la conoscenza: l’oscurità dell’argomento e la brevità della vita umana.

Queste parole del filosofo mascheravano, già, un primo genere di ateismo, che era grave per quei tempi, perché colpiva al cuore uno dei pilastri della “Polis” greca, la religiosità. In realtà, si era già all’ inizio di quel genere di comportamento mentale che prenderà il nome di “ agnosticismo”. Fu per questa sua posizione intellettuale che venne giudicato “ empio”: egli non onorava e rispettava gli dei; fu condannato e costretto alla fuga, durante la quale, caso volle, che morì a causa di un naufragio. Certo, Protagora non avrebbe mai potuto incolpare gli dei di questa sua disgrazia, dal momento che morì, dubitando che essi esistessero.
La Sofistica fu soltanto un movimento di pensiero e non una vera e propria filosofia, essa, attraverso questi maestri “ girovaghi” che passavano di città in città fino ad arrivare ad Atene, raccogliendo, dappertutto, applausi ma soprattutto quattrini, esigendo per primi un compenso per il loro insegnamento, sono, l’espressione di quella crisi spirituale del popolo greco su cui poi sorgerà l’astro educativo della saggezza di Socrate.
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(1) Maritain, Introduzione generale alla filosofia, Torino, S.E.I, 1847, pag 52.