18/04/2026
Intervista a Leandro Occhilupo: tra romanzo e musica, il cuore di Una canzone a Manhattan
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Intervista a Leandro Occhilupo: tra romanzo e musica, il cuore di Una canzone a Manhattan

Mar 1, 2025

Musica e parole si intrecciano in Una canzone a Manhattan, il romanzo di Leandro Occhilupo che racconta l’amore, le ambizioni e le seconde possibilità attraverso le vite di Claire e Lorenzo. In questa intervista, l’autore svela come la musica sia diventata un vero e proprio personaggio della storia, il ruolo evocativo della città di New York e il delicato equilibrio tra successo e sentimenti. Tra narrativa e filosofia, tra scrittura e note, scopriamo come la sua doppia identità artistica, che include anche il progetto musicale sotto lo pseudonimo di Sean Hadley, arricchisca la sua visione creativa. Un viaggio emozionante tra le pagine di un libro e le melodie di un album che ne amplifica le sfumature più profonde.

  • Leandro, la musica ha un ruolo fondamentale in Una canzone a Manhattan, sia come linguaggio emotivo tra Claire e Lorenzo sia come elemento narrativo con la canzone King of the Night. Come ha lavorato per integrare la musica nella scrittura, rendendola quasi un personaggio della storia?

La musica in Una canzone a Manhattan non è solo un sottofondo, ma un linguaggio emotivo capace di raccontare ciò che le parole non sempre riescono a esprimere. Ho lavorato per farla emergere come un vero e proprio personaggio, capace di influenzare le scelte, i pensieri e le emozioni di Claire e Lorenzo. La canzone King of the Night ne è un esempio centrale: è stata scritta prima del romanzo e ha ispirato alcune ambientazioni e snodi narrativi fondamentali. Quando poi ho deciso di completare l’esperienza del libro con l’album Manhattan Songs, ho voluto creare una colonna sonora che andasse oltre la semplice narrazione, offrendo un’integrazione alla trama. Le canzoni raccontano aspetti dei personaggi e sfumature della loro storia che nel romanzo rimangono solo accennate, donando al lettore la possibilità di vivere la storia su più livelli emotivi. La musica qui è anche un riflesso di come arte e narrativa possano dialogare, creando un percorso di lettura e ascolto complementare. Ho voluto che ogni brano offrisse una prospettiva ulteriore, come se la storia potesse continuare o approfondirsi attraverso le note. Così, chi legge il libro e ascolta le canzoni può scoprire sfumature diverse della vicenda, come se stesse sfogliando capitoli aggiuntivi non scritti, ma suonati

  • Manhattan è molto più di un’ambientazione nel suo libro. Questa città diventa quasi un riflesso dell’anima dei protagonisti. Perché ha scelto proprio New York per raccontare la storia   di Claire e Lorenzo?

New York, e in particolare Manhattan, ha sempre esercitato su di me un fascino profondo, quasi magnetico. Pur non avendoci mai messo piede — anche se credo che lo farò molto presto — questa città ha sempre rappresentato per me un luogo di infinite possibilità, contraddizioni e rinascite. È un crocevia di culture, sogni e ambizioni, dove tutto sembra possibile e allo stesso tempo incredibilmente fragile. Ho scelto Manhattan perché la percepisco come una città che riflette perfettamente le sfumature emotive dei protagonisti. Le strade, i suoni, le luci e le ombre di New York sembrano raccontare le stesse storie di Claire e Lorenzo: quelle di chi cerca sé stesso tra le pieghe del successo e le complessità delle relazioni umane.

In un certo senso, Manhattan è un personaggio silenzioso ma sempre presente, che osserva e influenza le vite dei protagonisti. La sua energia, la sua capacità di essere spietata e accogliente allo stesso tempo, si lega al loro percorso di crescita, trasformazione e accettazione. Forse proprio perché non l’ho ancora visitata, la mia New York letteraria è una città sospesa tra realtà e immaginazione, un luogo dove tutto può accadere e dove i personaggi possono finalmente confrontarsi con le loro verità più intime.

  • In Una canzone a Manhattan, da un approccio critico del testo, si evince un conflitto tra successo e relazioni personali: Lorenzo è un compositore affermato, Claire una scrittrice alla ricerca del suo posto nel mondo editoriale. Il loro amore sembra scontrarsi con le ambizioni personali: come ha rappresentato, o trovato, un equilibrio tra le parti?

Il conflitto tra successo e relazioni personali è un tema che attraversa l’intero romanzo, proprio perché credo che sia un tema universale, che riguarda ciascuno di noi in qualche momento della vita. In un mondo che ci chiede di essere sempre di più — più realizzati, più visibili, più affermati — spesso finiamo per sacrificare il nostro benessere emotivo, le nostre relazioni, la nostra autenticità. Questo è il nodo centrale che si intreccia nelle vite di Claire e Lorenzo: due persone che lottano per trovare un equilibrio tra le loro ambizioni e il bisogno di connettersi veramente con l’altro. Lorenzo, con la sua carriera di compositore già consolidata, si trova di fronte a una domanda fondamentale: fino a che punto il successo può riempire il vuoto emotivo che proviamo? E Claire, che è ancora alla ricerca della propria voce nel mondo editoriale, deve fare i conti con la frustrazione di non riuscire a realizzare il proprio sogno, rischiando di perdere sé stessa nel processo.

Ciò che ho cercato di raccontare nel romanzo è la tensione che nasce dal voler essere “qualcuno” in un mondo che ci giudica per ciò che abbiamo, per ciò che siamo riusciti a ottenere, e non per ciò che siamo davvero. Ma ho anche voluto esplorare il fatto che l’amore, con la sua capacità di mettere in discussione tutto, può portare a una riscoperta di sé, a una sorta di reset delle priorità. La vera crescita avviene quando i personaggi imparano che il successo senza una connessione autentica con l’altro è solo una facciata, e che l’equilibrio si trova proprio nell’accettare le fragilità, nel perdersi per poi ritrovarsi.

  • Nel romanzo il personaggio che ha maggiore evoluzione è Claire.  Parte con molte insicurezze sulla sua carriera di scrittrice, per poi   affrontare un percorso di crescita. Qual è stato il momento chiave in cui ha sentito che Claire stava trovando la propria voce?

Il percorso di Claire è indubbiamente il più evolutivo nel romanzo. La sua vera svolta arriva quando incontra Alexander, che la fa sentire finalmente “vista” come professionista. Alexander, con il suo approccio ambiguo, le fa prendere coscienza del valore del suo lavoro, anche se le sue motivazioni non sono del tutto disinteressate. In questo incontro, Claire inizia a capire che il suo valore non dipende dai riconoscimenti esterni, ma dalla consapevolezza che il suo libro merita di essere letto, che le sue parole hanno un peso. Nonostante le ambiguità del suo mentore, è proprio grazie a lui che Claire si rende conto che la sua scrittura è una parte di sé che non può e non deve essere svenduta. In un certo senso, la sua crescita come scrittrice è legata al fatto che smette di cercare approvazione e inizia a credere in ciò che ha creato. Il momento in cui Claire capisce di aver trovato la propria voce non è solo un momento di affermazione professionale, ma anche una presa di coscienza della sua autostima, che non è più legata al successo, ma alla forza interiore di aver scelto di non scendere a compromessi. In questo processo, Alexander, per quanto problematico, diventa un catalizzatore della sua evoluzione.

  • Leandro, lei ha costruito nel tessuto narrativo momenti intensi, soprattutto attraverso i dialoghi. C’è una scena in particolare che ha trovato più difficile da scrivere o che a suo parere è la chiave di volta nel rapporto fra i due personaggi?

La scena che considero la vera chiave di volta nel rapporto tra Claire e Lorenzo è quella in cui Claire ascolta per la prima volta King of the Night. Non è con Lorenzo in quel momento, ma quell’ascolto segna un punto cruciale per lei e, indirettamente, per la loro relazione. Preferisco restare vago per non svelare troppo della trama, ma posso dire che quella canzone diventa una sorta di specchio emotivo: porta a galla pensieri, ricordi e consapevolezze che Claire non era pronta ad affrontare. Scrivere quella scena è stato particolarmente complesso perché richiedeva di trasmettere emozioni profonde senza il supporto del dialogo diretto tra i due protagonisti. Dovevo far emergere il potere evocativo della musica e come questa riuscisse a colmare distanze emotive e fisiche. In quel momento Claire inizia davvero a comprendere non solo sé stessa, ma anche l’essenza del legame che la unisce a Lorenzo.

È una scena che racchiude, in modo sottile, la tensione tra ciò che i personaggi sentono e ciò che riescono a esprimere, e credo che King of the Night svolga un ruolo fondamentale nel suggerire al lettore che a volte la musica sa raccontare ciò che le parole non riescono a dire.

  • Lorenzo sembra incarnare l’idea del genio musicale di successo; si è ispirato a qualcuno per la sua creazione o è totalmente frutto della sua fantasia?

Lorenzo è un personaggio completamente frutto della mia fantasia, ma rappresenta anche lo specchio di ciò che avrei potuto o voluto essere in un’altra vita. Non provo alcun rammarico per non essere come lui; al contrario, ho voluto creare un personaggio che conducesse quella che, per me, è una vita ideale. Una vita in cui il talento musicale è riconosciuto e celebrato, in cui la passione per la musica diventa un linguaggio universale capace di raccontare emozioni profonde.

Ho scelto che fosse italiano proprio per mantenere un legame con le mie radici, ma inserendolo in un contesto internazionale come Manhattan, che dona al personaggio un respiro più ampio. Lorenzo incarna il sogno di vivere di arte, ma senza cedere alla superficialità di una narrazione legata solo alla fama o al successo materiale. La sua è una ricchezza interiore, costruita attraverso la musica e il modo in cui riesce a trasformarla in emozioni condivise. Se devo essere sincero, Lorenzo rappresenta quella parte di me che ama immaginare una vita in cui la creatività non conosce ostacoli, e poi, sì… vive nella casa dei miei sogni.

  • Una canzone a Manhattan parla molto di seconde possibilità, sia in amore che nelle ambizioni personali. Lei crede nelle seconde possibilità? Pensa di aver dato una seconda possibilità ai personaggi del suo libro?

Credo profondamente nelle seconde possibilità. La vita stessa, in fondo, è un continuo processo di tentativi, errori e nuove opportunità. Spesso siamo noi a doverci concedere una seconda possibilità, accettando le nostre imperfezioni e imparando dai momenti difficili. In Una canzone a Manhattan questo tema è centrale: Claire e Lorenzo non sono personaggi perfetti, ma persone che affrontano le conseguenze delle proprie scelte, cercando di capire se esiste un modo per ricominciare, insieme o separati.

Ho voluto dare ai miei personaggi l’occasione di scoprire che le seconde possibilità non sono regali che arrivano per caso, ma qualcosa che si guadagna attraverso la consapevolezza e il cambiamento. A volte, però, la seconda occasione non corrisponde a ciò che desideravamo, ma a ciò di cui abbiamo davvero bisogno. Claire e Lorenzo lo capiscono lungo un percorso che li porta a confrontarsi con sé stessi, con i propri sogni e con ciò che sono disposti a perdere o salvare. In un certo senso, credo che raccontare una storia del genere sia stato anche per me un modo per riflettere sul valore delle seconde possibilità nella vita reale.

  • Leandro Occhilupo e Sean Hadley: due identità artistiche in una sola persona. Lei ha anche una “alter ego” legato alla sua passione per la musica, dove si presenta con lo pseudonimo di Sean Hadley. Come mai questa scelta? C’è una differenza tra Leandro scrittore e Sean musicista, oppure le due anime convivono in un’unica visione artistica?

Sean Hadley è nato dall’esigenza di dare voce a una parte di me che, pur amando profondamente la musica, non ha mai avuto la possibilità di esprimersi attraverso il canto, semplicemente perché sono stonato. Ho deciso di non nascondere il fatto che la voce di Sean sia stata creata con l’intelligenza artificiale. I testi, però, sono completamente miei, e questo rende l’esperienza ancora più interessante: è come se avessi trovato uno strumento per esprimere ciò che altrimenti sarebbe rimasto chiuso in un cassetto. L’intelligenza artificiale, se usata con consapevolezza, può essere un potente alleato nell’arte. Non sostituisce la creatività umana, ma la amplifica, permettendo di superare limiti tecnici e dare vita a progetti che altrimenti non esisterebbero. Nel mio caso, Sean Hadley rappresenta proprio questo: un’estensione della mia identità artistica.

Se c’è una differenza tra Leandro scrittore e Sean musicista? Direi che le due anime convivono in un’unica visione artistica. Entrambe raccontano storie: una con le parole scritte e l’altra con la musica e i testi. Una canzone a Manhattan e l’album Manhattan Songs ne sono la prova. La musica in questo caso diventa una sorta di colonna sonora che racconta aspetti della storia che nel libro rimangono solo accennati, fornendo un’esperienza narrativa più completa. Sean Hadley, quindi, non è un alter ego distante, ma una voce alternativa per esprimere la stessa sensibilità narrativa.

  • Una canzone a Manhattan ha un vero brano musicale legato alla sua storia: King of the Night. Può raccontarci il processo creativo dietro questa canzone e il suo significato nel contesto del romanzo?

La canzone King of the Night nasce molto prima del libro stesso. Inizialmente, era un mio esercizio stilistico scritto diversi anni fa, un tentativo di esprimere certe emozioni e atmosfere attraverso le parole. Solo successivamente, grazie all’intelligenza artificiale, ho avuto la possibilità di mettere in musica quel testo, dando vita a una composizione che ha contribuito a definire l’ambientazione in cui i personaggi si muovono. Poi la musica, che inizialmente era solo un elemento di contorno, ha preso un ruolo sempre più centrale nella narrazione, fino a diventare parte integrante della trama. King of the Night non è più solo una canzone, ma un simbolo del percorso emotivo e relazionale di Claire e Lorenzo, e della loro connessione che si sviluppa e si evolve nel corso del romanzo.

  • In  Specchi dell’essenza: riflessioni di libertà e potere, lei esplora tematiche personali e filosofiche.  C’è un legame tra il pensiero filosofico di quel libro e la storia che racconta in Una canzone a Manhattan?

Sì, c’è un legame profondo tra il pensiero filosofico in Specchi dell’essenza: riflessioni di libertà e potere e la storia di Una canzone a Manhattan. In entrambi i libri esploro temi come la libertà, il potere interiore e la ricerca di un significato autentico nella vita. Nel caso di Una canzone a Manhattan, sebbene la storia si concentri maggiormente sulle dinamiche relazionali e sulle sfide dei protagonisti, c’è comunque un filo conduttore che riguarda la lotta per la propria realizzazione, sia a livello personale che professionale. La città di New York, poi, con la sua dualità di opportunità e solitudine, rappresenta simbolicamente molte delle riflessioni che affronto nel mio lavoro filosofico. L’idea di trovare il proprio posto nel mondo, di affrontare le proprie vulnerabilità e di essere liberi da aspettative esterne è un tema che attraversa entrambi i libri, seppur trattato in modo diverso, a seconda del contesto narrativo. Nel saggio filosofico Specchi dell’essenza, che raccoglie 500 pensieri su vari aspetti della vita, ho dedicato una sezione specifica all’amore, concepito come un processo dinamico e in continua evoluzione. Questo tipo di amore è quello che affronto nel libro Una canzone a Manhattan. L’amore che racconta il romanzo non è mai statico: è un amore che cresce, cambia, si adatta alle sfide della vita e alla trasformazione dei singoli individui coinvolti. È un amore che evolve, sia nella sua dimensione personale che nella sua espressione all’interno di una coppia.

Nel romanzo, l’amore tra Claire e Lorenzo è proprio questo: un viaggio di crescita reciproca che li aiuta a diventare più consapevoli di sé stessi, a evolversi come individui e come coppia, e a forgiare un legame sempre più profondo, nonostante le difficoltà. Questa visione dell’amore, però, è ben diversa dall’amore che può esserci, ad esempio, per un figlio. L’amore genitoriale, come lo intendo io, è incondizionato ed è già compiuto nel momento stesso del concepimento, evolvendosi nella sua massima espressione già dalla nascita del figlio.

Al contrario, l’amore di coppia è un processo che si sviluppa, cresce e si trasforma con il tempo. Porta con sé non solo incognite e sfide, ma anche una straordinaria capacità di evoluzione, sia come singoli individui che come coppia. In Specchi dell’essenza, ho voluto esplorare proprio questo aspetto dell’amore adulto, quello che si nutre della consapevolezza che nulla è mai statico, ma che tutto è in continuo movimento, arricchendosi e trasformandosi nel tempo. In entrambi i libri, l’amore di coppia non è visto come una condizione finale, ma come un cammino che si costruisce insieme, con l’intento di favorire la crescita e il miglioramento reciproco, tanto nell’ambito personale quanto relazionale.