Wilma Avanzato: “Il giorno delle sirene” e il peso della memoria storica
L’autrice racconta gli anni di piombo attraverso lo sguardo di Antonino, il protagonista del suo romanzo. Un viaggio tra fabbriche, lotte operaie e scelte radicali, per far luce su un periodo spesso dimenticato. “Volevo narrare senza giudicare, affinché la memoria resti viva”, afferma Avanzato, che con uno stile coinvolgente ci guida tra storia, ideali e tormenti interiori
- Wilma Avanzato, il suo romanzo Il giorno delle sirene affronta un periodo storico cruciale, quello degli anni ‘70, con tutte le sue tensioni sociali e politiche. Cosa l’ha spinta a raccontare questa epoca e quali aspetti ha trovato più difficili da ricostruire nella narrazione?
Sono nata e vivo a Chivasso, una cittadina alle porte di Torino dove, negli anni 70, le tensioni sociali si sono fatte sentire in maniera prepotente. A Chivasso c’era lo stabilimento Lancia e a Torino la Fiat, con vari stabilimenti tra cui quello di Mirafiori, il più “caldo” in questo senso: scioperi, picchetti davanti ai cancelli delle fabbriche, manifestazioni, cortei… che talvolta sfociavano nella violenza con conseguente repressione da parte delle Forze dell’Ordine. Torino è stata anche segnata dalla violenza politica. Il terrorismo, con gruppi armati come le Brigate Rosse, ha colpito duramente la città creando un clima di tensione, paura, insicurezza.
Io, in quegli anni, ero bambina, ma a casa, e anche a scuola, se ne parlava. A casa, perché papà era segretario cittadino di un Partito politico, e raccontava di quando veniva chiamato in Questura dove gli veniva chiesto se, tra gli iscritti, sospettasse qualche “testa calda” (dicevano proprio così) pronto ad abbracciare la lotta armata… e a scuola perché un paio di insegnanti erano stati arrestati con l’accusa di appartenere a una cellula locale delle Brigate Rosse.
Sono anni a cui, nel bene e nel male, sono legata perché hanno rappresentato la mia infanzia. Ma sono anche anni che non si studiano a scuola, nemmeno al Liceo. Ed è per questi due motivi che, una volta cresciuta, ho voluto approfondire: per tentare di comprendere a pieno, senza giudicare, gli avvenimenti, le scelte, le contraddizioni di quel periodo. E per gli stessi motivi ho scelto di raccontarli nel mio romanzo breve: per fare in modo che una lettura, (spero) piacevole e non troppo lunga e pesante, apra uno squarcio su un periodo storico importantissimo per il nostro Paese, eppure spesso tenuto in sordina o addirittura dimenticato (credo, senza falsa modestia, che sarebbe una lettura adatta e altamente formativa nella scuola secondaria di secondo grado).
Per scrivere il mio romanzo mi sono documentata su numerosi testi, con una ricerca meticolosa della storia di quegli anni, soprattutto riferita alle zone del torinese. Principalmente, per quanto riguarda una visione “generale” di quel periodo, mi sono preparata sul testo di Montanelli – Gervaso “L’Italia degli anni di piombo – 1965-1978” e, più nello specifico per Torino e provincia, sul testo di Marletti, Bullo, Borghesan, Benedetto, Tutino, Sanctis “Anni di piombo – Il Piemonte e Torino alla prova del terrorismo”.
- Il protagonista Antonino è combattuto tra il desiderio di riscatto attraverso lo studio e l’urgenza di impegnarsi nelle lotte operaie. Crede che oggi i giovani vivano ancora questo tipo di conflitto tra idealismo e pragmatismo, oppure le nuove generazioni sono più disilluse rispetto al passato?
Credo che le nuove generazioni non siano disilluse… credo che siano disinteressate. Lo affermo con molto rammarico ma con cognizione di causa giacché sono insegnante e conosco e parlo ogni giorno con tantissimi ragazzi. Ma attenzione: non è assolutamente colpa loro: è colpa nostra! Come adulti, come genitori, non siamo stati in grado di trasmettere valori quali la solidarietà, l’accoglienza e anche la passione politica, ossia il volersi impegnare per migliorare in nostro Paese. È davvero triste ma, dal mio punto di vista, viviamo in una società in cui ciascuno pensa al proprio orticello e la competitività, in ogni settore, ha preso il sopravvento sulla solidarietà e sulla cooperazione.
- Il titolo Il giorno delle sirene ha un forte valore simbolico. Le sirene sembrano rappresentare sia il richiamo della lotta politica che la voce interiore di Antonino, una sorta di coscienza tormentata. Come è nata questa scelta, è questo il significato che voleva attribuirle?
Le sirene, che, nell’Odissea, tentano Ulisse, mi hanno sempre fatto riflettere. Ulisse le vuole sentire con le sue orecchie ma, consapevole di non poter loro resistere, si fa legare all’albero maestro della sua imbarcazione. Le sirene del mio romanzo hanno diversi significati simbolici: sono la voce interiore di Antonino, quella che lo spinge ad agire, sono i cosiddetti “cattivi maestri” che hanno spinto una generazione verso la violenza come arma per il cambiamento, ma sono anche le sirene che suonano a inizio turno nelle fabbriche, e ancora le sirene delle volanti di Polizia e Carabinieri. In particolare poi, le sirene nel titolo del romanzo sono quelle che, proprio quel giorno, attraverso la voce interiore di Antonino, cercano di fermarlo prima che sia troppo tardi… quel “non andare…” continuo che lui però non ascolta.
- Nel romanzo, il carcere diventa anche un luogo di espiazione interiore per Antonino. Come ha lavorato sulla psicologia del personaggio per rendere credibile il suo percorso emotivo, tra senso di colpa, isolamento e, forse, un’opportunità di redenzione?
Anche se il capitolo che vede Antonino in carcere compare per primo all’interno del romanzo, è stato scritto per ultimo. Il protagonista che troviamo dietro le sbarre è il risultato del percorso che ha fatto durante tutte le pagine della narrazione: è un uomo decisamente diverso dal ragazzo che vuole cambiare il mondo, che ascolta i racconti del fratello che lavora in fabbrica, che si infatua di Gaby, che promette alla sorella un futuro migliore. Se avessi scritto questo capitolo per primo, avrei trovato enormi difficoltà nel raccontare Antonino per come era diventato dopo aver ucciso… scrivendolo per ultimo, invece, è stato… come dire… naturale, come la crescita interiore di una persona e non di un personaggio di fantasia.
- Torino è descritta con toni freddi e grigi, in contrasto con il calore della Sicilia da cui proviene la famiglia del protagonista. Quanto è importante l’ambientazione per la narrazione? E in che modo la città diventa un ulteriore “personaggio” della storia?
Torino, benché sia stata la “culla” del Risorgimento e sia una città ricchissima di arte, di cultura, di monumenti e di storia, prima delle Olimpiadi Invernali del 2006 è sempre stata considerata esclusivamente la “città della Fiat” e, forse proprio per questo, aveva negli anni perso il suo splendore e si era uniformata al grigio della nebbia che la avvolge in autunno e in inverno. E la Torino grigia e fredda è stata la “scenografia” perfetta per un romanzo che parla del grigiore “fisico” delle mura della fabbrica e del grigiore metaforico in cui si muovono i vari personaggi che ruotano intorno al protagonista Antonino: grigi sono il padre, il fratello e la sorella, grigi sono i torinesi che non accolgono, grigia, nella sua profonda ignoranza, è la maestra che lo giudica in quanto bambino venuto dal sud, grigia è la suora che suggerisce una clinica privata per l’operazione di cui la madre ha bisogno.
La città di Torino diventa quindi un personaggio della narrazione a tutti gli effetti perché questo romanzo non avrebbe potuto essere ambientato in nessun altra parte d’Italia: solo questa città ha tutte insieme le caratteristiche che servono alla storia: la Fabbrica (nel romanzo sempre scritta con la “F” maiuscola, come a indicarne la “sovranità” assoluta), l’immigrazione dal sud, la diffidenza dei piemontesi, le lotte operaie, il Movimento Studentesco e, purtroppo, una delle più importanti “colonne” delle Brigate Rosse.
- Il romanzo mostra il contrasto tra chi, come Antonino, ha creduto in un cambiamento radicale e chi, invece, negli anni ‘80 è tornato ad abbracciare il modello borghese che aveva combattuto. È una riflessione ancora attuale? Crede che le rivoluzioni politiche e sociali siano destinate a fallire o a trasformarsi in qualcos’altro?
No, in linea di massima non credo che le rivoluzioni politiche e sociali siano tutte destinate a fallire… ma altresì credo che quella degli anni Settanta non poteva concludersi diversamente. Ne sono convinta perché, documentandomi, ho appreso che c’erano sostanzialmente due categorie di persone che aderivano alle lotte operaie e studentesche: quelli che, come il “mio” Antonino, ci credevano veramente (e provenivano da famiglie modeste) e quelli che invece (soprattutto i giovani delle famiglie altolocate), “giocavano alla rivoluzione” (si pensi a Marco Donat-Cattin, figlio del notissimo esponente democristiano Carlo Donat-Cattin, militante dell’organizzazione politica e terroristica “Lotta Continua” dalla quale si è poi dissociato). Molti esponenti della seconda categoria, passato il periodo “caldo”, sono tornati alla loro vita precedente, non rinnegando totalmente il loro passato, ma prendendone le distanze e inserendosi a pieno titolo nella società e nel mondo del lavoro, magari dopo aver conseguito una laurea a pieni voti. È ciò che succede anche nella storia che ho raccontato: la delusione e l’amarezza di Antonino nel vedere Gabi e il “compagno Novaresio” che fanno ormai parte di quella borghesia che avevano a lungo combattuto lo pone di fronte al dubbio di aver buttato nella spazzatura la sua vita.
È una riflessione ancora attuale? Sì, ma in forma diversa. Oggi le “rivoluzioni” non si fanno più con i cortei e i picchetti davanti alle fabbriche, ma in maniera molto più “fine” e tecnologica, riflettendo le dinamiche complesse e interconnesse della società odierna. Ma il discorso non cambia: ci sarà sempre chi crede veramente in ciò che fa e “giocherà fino in fondo” e chi troverà l’opportunità di dire “non gioco più” (la canzone “Quattro amici al bar” di Gino Paoli insegna: “…eravamo tre amici al bar / uno si è impiegato in una banca…”.
- Wilma, lei ha dedicato molti anni allo studio e alla tutela della cultura piemontese, fondando anche un’associazione culturale. C’è qualcosa della mentalità e delle tradizioni piemontesi che ha voluto inserire nel romanzo, magari attraverso dettagli, linguaggio o mentalità dei personaggi?
“Piemontese falso cortese”, dicono addirittura i piemontesi di loro stessi… Nel romanzo traspare la diffidenza di un popolo, quello piemontese, che non era preparato ad accogliere persone che, nel “mondo piccolo” di quegli anni, giudicava estranee. Questo aspetto poco piacevole della piemontesità viene fuori nei “cammei”, i personaggi che fanno piccole comparse: il Cerruti, che affitta la soffitta alla famiglia di Antonino, il ragionier Nicolotti, che raccomanda il fratello di Antonino per un posto di lavoro in catena di montaggio, ancora la maestra che chiede “Non sei di qui intorno, neh!”. Però ho inserito anche la piemontesità di due persone straordinarie: una di fantasia – la staffetta partigiana Pina, e una reale: l’esimio Professor Angelo Actis Dato, il cardiologo che operava all’ospedale “Le Molinette” di Torino e che ha salvato tante vite.
- Nei suoi studi si è occupata anche degli anni di piombo e delle tensioni politiche del tempo. Secondo lei, quali sono gli aspetti di quegli anni che ancora oggi non vengono compresi fino in fondo? C’è qualcosa che la storia ufficiale non racconta o che si tende a semplificare troppo?
Io credo che gli anni di piombo, che rappresentano un periodo cruciale e drammatico della storia italiana, siano il periodo più oscuro e controverso del ventesimo secolo. L’Italia era un paese in rapida trasformazione. Il boom economico aveva portato crescita e benessere, ma anche notevoli disuguaglianze sociali. In questo contesto, alcuni gruppi decisero di adottare la violenza come mezzo per raggiungere i propri fini politici, portando nella popolazione paura e diffidenza. Tuttavia, molte delle questioni sociali ed economiche che avevano alimentato questo conflitto sono rimaste irrisolte, contribuendo a un clima di maggiore instabilità e incertezza e, sebbene oggi il nostro Paese abbia superato quei momenti di estrema tensione, le ferite sono ancora visibili perché il prezzo pagato in termini di vite umane è stato notevole.
Purtroppo però, come già detto prima, questo periodo non viene mai affrontato nei percorsi di storia studiati a scuola e, in generale, si tende a sottovalutarlo o a “oltrepassarlo”, quasi fosse più conveniente dimenticare. Gli unici riferimenti che ne fanno i media riguardano alcune ricorrenze, come gli anniversari della strage di Piazza Fontana e della morte di Aldo Moro. E troppi punti sono ancora oscuri e, forse, non troveranno mai una risposta. Qualche esempio? Giuseppe Pinelli come cadde dal quarto piano del Palazzo di Giustizia di Milano? Se Aldo Moro è sempre stato tenuto prigioniero in via Montalcini a Roma, come mai fu trovata della sabbia sul suo corpo ormai privo di vita? E vogliamo parlare di un giovane professore universitario bolognese, tal Romano Prodi, che raccontò a un alto funzionario della Democrazia Cristiana che, durante una seduta spiritica, aveva scoperto dov’era tenuto prigioniero Aldo Moro? (Prodi spiegò che gli spiriti avevano rivelato che Moro era prigioniero a Gradoli, un paesino vicino a Viterbo. La segnalazione fu presa seriamente e arrivò alla polizia, ma gli agenti mandati sul posto non trovarono nulla. Due settimane dopo la polizia scoprì per caso l’appartamento dove viveva Mario Moretti, uno dei carcerieri di Aldo Moro: si trovava in via Gradoli a Roma!).
- Nella sua biografia racconta che da bambina si divertiva a riscrivere i finali dei telefilm che guardava in TV. Quando ha capito che la scrittura sarebbe stata parte integrante della sua vita? E cosa significa per lei scrivere oggi?
La scrittura mi accompagna da sempre: per me è gioco, è divertimento, è serenità, è terapia. È vivere in un mondo parallelo dove sono io a tirare le fila delle vite dei personaggi che invento (così come tiravo le fila dei personaggi dei telefilm a cui regalavo un nuovo finale per le loro avventure). Credo che oggi la scrittura sia importante più che mai, che sia la “valvola di sfogo” per dare concretezza ai nostri sentimenti.
- Lei ha partecipato a numerosi concorsi letterari, ottenendo premi prestigiosi. Quanto sono stati importanti questi riconoscimenti per la sua carriera di scrittrice? Crede che i concorsi siano ancora oggi un valido trampolino di lancio per gli autori emergenti?
I concorsi letterari, più che essere importanti per la mia carriera di “scrittrice” (le virgolette sono d’obbligo, giacché non mi ritengo tale ma soltanto un’insegnante con la passione per la scrittura) sono importarti per misurarmi con me stessa. E, pur non essendo necessariamente “trampolini di lancio”, sono comunque stati un modo per far conoscere le mie opere e “donare” qualcosa di me a chi le ha lette .
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