18/04/2026
Giancarlo Falleti racconta “Il mare di Vania”, un viaggio tra periferie romane e personaggi avvolti dal mistero
Interviste Prima Pagina

Giancarlo Falleti racconta “Il mare di Vania”, un viaggio tra periferie romane e personaggi avvolti dal mistero

Feb 17, 2025

L avvocato e scrittore Giancarlo Falleti in questa intervista ci racconta del suo romanzo d’esordio, “Il mare di Vania”, un noir ambientato nella periferia romana degli anni Ottanta. Tra criminalità, amicizie indissolubili e amori fuga e un protagonista fuori dagli schemi del noir classico, che unisce scaltrezza e umanità. Falleti parla delle ispirazioni letterarie, del legame con la sua città e del significato più profondo della sua scrittura. Un viaggio tra memorie personali, influenze cinematografiche e il confine sottile tra bene e male.

  • Avv. Falleti, Il mare di Vania è ambientato nella periferia sud-est di Roma degli anni Ottanta, cosa rappresentano per lei quest’epoca e questo luogo, tanto da indurla a sceglierli come ambientazione per il suo romanzo? E quanto è stato importante per la narrazione immergersi in una Roma meno raccontata rispetto ai quartieri centrali?

Innanzitutto, vi ringrazio per questa intervista che mi fornisce l’occasione di parlare del mio primo libro, nel quale, forse proprio trattandosi di un esordio, mi è venuto naturale restare su di un terreno familiare.In effetti, racconto di un quartiere che conosco molto bene, in quanto ci ho vissuto per circa venti anni, dal 1974 al 1993, e l’ho frequentato fino al 2013, finché ci è rimasta la mia famiglia d’origine.

Gli anni Ottanta sono stati una scelta altrettanto naturale: era il periodo della mia adolescenza e, con gli amici di quel tempo, abbiamo scorrazzato in tutta la zona, Villa Gordiani, Centocelle, il famigerato Quarticciolo, il Pigneto, quando ancora era molto lontano dall’essere di moda. Le atmosfere, le leggende sulla malavita locale, i tram sfrigolanti sulla Via Prenestina, le insegne dei negozi nella pioggia, gli angoli bui, la bisca dove si sentiva la musica reggae, sono tutti ricordi reali, anche se la storia è totalmente inventata.

Scegliere quest’angolo di Roma come palcoscenico, poi, mi ha consentito di mettere in primo piano la vicenda e i protagonisti, senza rischiare che l’immagine dei luoghi più famosi della città sovrastasse il tutto. Inoltre, non va dimenticata una cosa importante: la Borgata Gordiani era uno degli scenari del famoso film di Pasolini, Accattone, ed era estrema periferia all’epoca. I miei protagonisti, Bicio, Jack, il Bombo, e anche il nonno Ernesto, hanno vissuto quel tempo, ma, dopo il boom economico e l’espansione edilizia, si sono trovati a convivere con una piccola borghesia, impersonata nel romanzo da Giuliana, che ha pian piano colonizzato il quartiere.

  • Fabrizio “Bicio” Martelli il protagonista del suo romanzo è ricco di sfaccettature: scaltro, ironico, ma anche capace di affezionarsi e di compiere scelte difficili. Come ha costruito questo personaggio? 

Bicio è nato davvero per caso ed è un mosaico di elementi di varia origine. Il germoglio che gli ha dato vita sta nell’incipit del romanzo, che ho scritto senza intenzione di farlo diventare una storia, ma solo per prendere in giro un amico. Bicio, però, si è subito impadronito di quell’ironia e ha raccolto in sé qualcosa di mio, qualcosa che appartiene ad amici cui voglio molto bene, la scaltrezza di persone che ho incontrato, insieme a frammenti di personaggi di fantasia, uno dei quali è Lupin III, che mi è sempre piaciuto tantissimo. Nella sua biografia, comunque, ci sono diversi aspetti che ancora non sono emersi.

In ogni caso, ho voluto farne un personaggio un po’ fuori dai cliché dei protagonisti del genere noir, di solito cinici e molto seri, se non pesanti, quasi sempre violenti e disincantati. Lui, in fondo, è un tipo leggero e tranquillo, persino un po’ pusillanime, con due piccoli difetti: non sa resistere alle donne e vive di piccole truffe. Insomma, un simpatico mascalzone, che non fa realmente male a nessuno. Almeno, fino a quando qualcuno lo costringe a difendersi e a fare giustizia.

  • Il romanzo si apre con un incipit che ha il ritmo serrato di un film poliziesco: pioggia battente, un inseguimento, pistola alla nuca. L’azione e la suspense sono elementi portanti soprattutto nel genere noir, ci sono stati modelli narrativi o cinematografici che l’hanno ispirata?

Difficile individuare con esattezza i modelli che mi hanno ispirato, soprattutto senza offendere chi dovessi invocare come fonte. In realtà, ho letto e leggo tantissimo senza distinzione di genere, ho visto tanti film e serie TV, e quando scrivo ascolto l’eco di ogni autore che ho conosciuto.

Per quanto concerne il genere noir e, più in generale, crime, comunque, rendo omaggio, tra gli altri, a Raymond Chandler, Scott Turow, John Grisham, allo Stephen King di Stagioi diverse, a Georges Simenon, specialmente quello dei romanzi, L’uomo che guardava passare i treni, I fantasmi del cappellaio, Lettera al mio giudice, a Graham Greene, Il nostro uomo all’Avana e L’americano tranquillo, la Fred Vargas di Adamsberg. Quanto agli italiani, posso citare Carrisi, Manzini, De Cataldo, Lucarelli, il mio quasi omonimo Giorgio Faletti. Ma è un elenco molto parziale.

In ogni caso, devo dire che cerco di scrivere a modo mio, cercando un mio stile e una mia voce, senza badare troppo alla classificazione e agli schemi di un genere. Quello che voglio, in realtà, è soddisfare il mio desiderio di divertire il mio lettore più esigente: me stesso.

  • La figura femminile presente nel suo romanzo è una donna affascinante e misteriosa. Senza svelare troppo della trama, cosa rappresenta Vania e quale ruolo gioca nella storia, tanto da essere citata nel titolo del romanzo?

Anche Vania è nata un po’ per caso, mi serviva il pretesto narrativo che giustificasse l’ira del Bombo, i sospetti di Jack, e tutti i guai di Bicio. Però, mentre procedevo nella scrittura, Vania si è trovata a incarnare anche il desiderio del protagonista, che, volendo mantenere la promessa formulata fatto nel corso del loro unico e fugace momento di intimità, vorrebbe portarla al mare. Di qui il titolo del romanzo e la frase che lo chiude.

In più, mi ha sempre sedotto l’idea scrivere una storia che, in qualche modo, ruotasse intorno a un personaggio fisicamente assente, come nel romanzo La grande sera di Pontiggia, che mi colpì tanto quando lo lessi. Infine, Vania assume una funzione ancora più profonda: sono il dolore per la sua sorte e il senso di colpa che lo accompagna a portare Bicio a interrogarsi sulla propria vita e a cercare, finalmente, di conoscere l’amore.

  • Avv. Falleti, nel suo romanzo sono trattati temi come la lealtà, l’amicizia e i legami familiari. È stata una scelta voluta quella di raccontare questi valori in un contesto di criminalità e pericolo?

Sì, senza dubbio. In fondo, sono i grandi temi di ogni storia, soprattutto quelle in cui si contrappongono il male e il bene. Di solito, il cattivo è più potente, più attrezzato a sopraffare gli altri, se non altro perché non si fa scrupoli e non si ferma davanti a nulla. Ciò, naturalmente, vale per gli antagonisti del mio romanzo, sebbene anche loro abbiano qualche sentimento nascosto, come l’affetto del Bombo per Millo, il figlio del vecchio boss del Quarticciolo che lo stesso Bombo ha ucciso per prenderne il ruolo, e l’amarezza di Jack per essere stato emarginato dai suoi compagni di giochi adolescenziali, tra cui lo stesso Bicio. La vera forza dei buoni, però, sta negli amici, nell’amore, nella famiglia, anche se può sembrare banale e scontato. Anche il lupo solitario, eroe di tante storie, dall’epica classica al western e alla fantascienza, non riesce mai a vincere il male senza il supporto di qualcuno che lo affianca nella lotta.

E così Bicio, pur essendo sostanzialmente un anti eroe, agisce e rischia per i suoi amici e per la donna che sta imparando ad amare, e, nel momento estremo, viene salvato dalle donne che lo hanno amato, sia pure, come dice lui, anche solo per un’ora.

  • Lei ha scritto per riviste giuridiche, e conta anche delle pubblicazioni in riviste di settore, come si conciliano queste due anime, quella razionale e tecnica e quella narrativa? Il suo essere avvocato ha influenzato il modo in cui costruisce i conflitti e i personaggi?

Non sono un avvocato penalista e mi occupo esclusivamente di diritto civile e finanziario, per cui non ho conoscenza diretta di vicende criminose, salvo quanto mi è stato raccontato da colleghi o da altre persone. Però, il mio lavoro mi porta a conoscere tante persone e tante situazioni diverse, e, inoltre, mi costringe a esercitare quotidianamente la scrittura in forma strutturata e razionale, finalizzata a uno scopo ben preciso, vincere una causa o trasmettere un’opinione complessa.

Tutto ciò, mi ha sicuramente aiutato nella costruzione e nella gestione della storia, anche se il vero motore della scrittura di un romanzo è stata la reazione ai vincoli dell’espressività professionale. Ho voluto compiere un atto il cui scopo non fosse convincere qualcun altro seguendo i canoni della logica razionale, ma dare sfogo alla fantasia e agli strumenti espressivi che, nella mia attività quotidiana, devo tenere a riposo.

  •  Durante le presentazioni fino ad adesso effettuate de Il mare di Vania, il ricavato delle vendite è stato devoluto in beneficenza. Cosa l’ha spinta a prendere questa decisione e come ha scelto i destinatari di questo gesto di solidarietà?

Ho cominciato a scrivere il mio romanzo per puro divertimento, senza alcuna ambizione di pubblicazione. Quando ho messo il fatidico punto finale mi sono reso conto che, forse, qualcun altro si sarebbe potuto divertire a leggere quella storia come io mi ero divertito a scriverla. E solo allora ho pensato di proporlo per la pubblicazione, non nell’illusione di diventare famoso e tantomeno ricco, ma allo scopo di provare ad aiutare qualcuno che ne aveva bisogno.

Perché? Ho una storia personale dietro le spalle, e in particolare dentro le vene, che mi ha fatto toccare con mano quanto sia importante il supporto di associazioni come l’AIL per chi soffre di malattie come quella che mi ha toccato diversi anni fa. E proprio la conoscenza diretta della sofferenza mi ha fatto ascoltare, in un’altra occasione, un caro amico che mi ha raccontato la storia, molto triste, di due giovani ragazzi, affetti da una malattia rara, e della loro famiglia.

In tutti questi casi, non potevo fare a meno di provare anche io, come altri, a dare un piccolissimo contributo agli altri con l’aiuto del mio caro Bicio, al quale, come ho raccontato nel romanzo, non difetta la generosità.

  • Il linguaggio del romanzo è vivido, spesso ironico, con dialoghi credibili e una forte connotazione romanesca. Come ha lavorato sullo stile per rendere la sua narrazione così autentica e immersiva?

Mi fa piacere questa domanda, perché la credibilità dei dialoghi è un elemento per me molto importante, sia quando leggo un libro o guardo un film, sia, a maggior ragione, quando scrivo. Io credo che chi scrive parta, innanzitutto, dall’osservazione del mondo e dall’ascolto delle persone, per poi passare all’analisi dell’interiorità propria e degli altri. Così, ogni volta che scrivo un dialogo, mi pongo il dubbio: una persona reale, in questa situazione, penserebbe e parlerebbe proprio così? Se non ne sono convinto, mi metto al lavoro per rendere il discorso più naturale, ovviamente senza perdere di vista lo scopo narrativo.

Sul romanesco, è una domanda che mi hanno fatto in tanti, specialmente chi mi conosce e sa che non lo parlo nella mia vita quotidiana. Però, per me che vivo a Roma è abbastanza facile memorizzare le cadenze, i termini, il gergo, che ascolto tutti i giorni e provare a trasferirle in ciò che scrivo, pur sapendo che probabilmente potrebbero essere resi ancora meglio.

Un piccolo aneddoto sul vernacolo: come ho detto, mi sono trasferito nel quartiere di Villa Gordiani quando avevo dieci anni ed è stato lì, in particolare nel bagno della scuola elementare, che ho sentito per la prima volta in vita mia una parolaccia. Quando l’ho riferita a casa, i miei genitori sono saltati sulla sedia!

  • Nel noir di solito il confine tra bene e male è sfumato. Crede che questo genere sia capace di raccontare il mondo con più verità rispetto ad altri generi letterari?

Non credo che sia una prerogativa del noir. Per come la vedo io, chiunque scriva, a prescindere dal genere, racconta una porzione di vita, propone un angolo visuale sul mondo. E la vita non è mai completamente bianca o nera, così come il mondo è il regno delle sfumature.

Perciò, chiunque scriva, comunque lo faccia e qualunque cosa dica, nel bene o nel male, racconta la verità del mondo. A una sola condizione, però: che il racconto sia sincero.

  • Avv. Falleti, nella prefazione, Barbara Alberti descrive il libro come l’unico amante e confidente che non tradisce, capace di offrirci sia un rifugio che una scoperta di noi stessi. Nel suo processo di scrittura creativa, quanto è stato importante il rapporto personale con i libri e la letteratura? Ci sono opere o autori che hanno segnato particolarmente il suo percorso di scrittore?

Rispondo con un aneddoto che mi riguarda. Circa un anno fa, ho realizzato di non avere mai letto Colazione da Tiffany di Truman Capote, per cui l’ho acquistato nella libreria che si trova a pochi passi dal mio studio con l’intenzione di leggerlo a casa. Invece, non ho resistito e ho lasciato da parte il lavoro per volare, sono un lettore vorace e veloce, su quelle bellissime pagine. L’ho terminato in un soffio. Adoro leggere, quando posso anche in lingua originale, e, pur utilizzando estensivamente i supporti informatici, lo faccio solamente sui libri cartacei. Questa è la passione che muove la mia penna.

Quanto alle opere o agli autori che mi hanno segnato particolarmente, ripeto quello ho già risposto poco fa: mi è veramente difficile dirlo, in quanto leggo veramente di tutto.

Però, se devo dare retta al cuore, qualche nome posso farlo, in ordine sparso e senza escludere nessuno di quelli che non cito: Dino Buzzati, tutti i racconti, Il deserto dei Tartari e Un amore, letti tanti anni fa e più volte riletti; Raymond Carver, una scoperta abbastanza recente; il Fitzgerald di Tender is the night; Graham Greene, tutti i romanzi e in particolare il potentissimo The power and the glory; Daniel Pennac e il suo divertentissimo Malaussène; Le braci di Sandor Maray; Hermann Hesse con Narciso e Boccadoro; Amleto, Macbeth, Otello, del Bardo, colpevolmente letti solo la scorsa estate; Omero e le sue opere immortali da cui tutto ha origine; la Divina Commedia. L’elenco si ferma qui, ma potrebbe essere pressoché infinito.

Una menzione finale devo farla per la Bibbia e il Vangelo, non tanto perché contengono parole sacre per chi, come me, ha fede, ma perché contengono straordinari passi letterari, penso a tra i tanti all’inizio del libro della Genesi e all’incipit del Vangelo di Giovanni, e sono comunque profondissimi racconti di vita.