“A Birobidžan io ci sono nato. Storia di un ebreo a metà nella prima Israele” di Eugenio Cardi: la frontiera dimenticata del popolo ebraico.
Nel romanzo storico “A Birobidžan io ci sono nato. Storia di un ebreo a metà nella prima Israele”, Eugenio Cardi riporta alla luce un capitolo quasi sconosciuto della storia dei primi del Novecento. Ambientato nell’angolo remoto dell’Estremo Oriente russo, il libro ci accompagna nella Regione Autonoma Ebraica di Birobidžan, un territorio creato nel 1932 da Stalin come presunta “terra promessa” per il popolo ebraico. Situata al confine con la Cina, a 8.000 chilometri da Mosca, questa “prima Israele”, costruita in una terra inospitale, è un progetto utopico destinato a fallire; rivelatosi in seguito essere un piano escogitato da una politica di oppressione e discriminazione mascherato da buoni propositi.
Cardi costruisce la sua narrazione intorno alla figura di Isaac Kaluv, un personaggio complesso e poliedrico. Figlio di una famiglia di ebrei ashkenaziti, Isaac è l’unico della sua stirpe a essere nato a Birobidžan. Cresciuto senza i genitori e affidato al nonno Jacob, un uomo tradizionalista, il protagonista incarna la doppia anima di una comunità in bilico tra tradizione e modernità, speranze di emancipazione e contraddizioni politiche. Isaac lavora ufficialmente come impiegato del servizio telegrafico, ma dietro questa facciata si cela un’altra identità: agente segreto del KGB. Ci troviamo dunque di fronte a un personaggio ambivalente e ossimorico, un ebreo che presta servizio per il regime che lo discrimina.
La pregevole prefazione di Gisella Ruccia mette in evidenza uno dei temi centrali del romanzo: la ricerca dell’identità in un contesto di esclusione e oppressione. Ruccia sottolinea come Cardi riesca a dare voce non solo al dramma storico di Birobidžan, ma anche all’ esistenziale tormento interiore di chi vive in una “terra di mezzo”, sospeso tra appartenenza e rifiuto. Isaac non è un individuo a se, ma egli è il simbolo di un’intera comunità che si confronta con il fallimento di un progetto ideologico e con l’erosione delle proprie radici culturali.
La narrazione segue il percorso di Isaac, un personaggio inizialmente cinico, opportunista e manipolatore, che vede nel matrimonio con Karoline, una donna luterana che non ama , solo un mezzo per emanciparsi dalla povertà e scalare la gerarchia sociale. Tuttavia, man mano che la storia procede, assistiamo a una trasformazione profonda: Isaac intraprende un cammino di introspezione che lo conduce a riscoprire le tradizioni ebraiche e familiari, a fare i conti con il proprio passato e a liberarsi dalla prigione delle sue contraddizioni interiori. Questa evoluzione lo rende sempre più umano agli occhi del lettore, riscattandolo dalle sue iniziali ambiguità.
Il romanzo si distingue anche per la sua capacità di intrecciare la storia personale del protagonista con il più ampio affresco storico e sociale. Cardi descrive con maestria l’atmosfera cupa di un’epoca in cui ogni speranza di autoaffermazione e libertà era schiacciata dalla macchina del potere staliniano. Come evidenzia Ruccia, il romanzo è un viaggio nella memoria collettiva, un monito sul rischio di annullare le identità culturali in nome di utopie politiche che si rivelano oppressive.
“A Birobidžan io ci sono nato” non è solo un romanzo storico, ma una riflessione universale sulla resilienza, sull’identità e sulle contraddizioni umane, dove Cardi ci invita a riflettere su ciò che accade quando una comunità è costretta a ridefinire il proprio senso di sé in condizioni di estrema precarietà, ma anche su quanto la memoria sia essenziale per costruire il futuro.
La “terra promessa” disillusa: Birobidžan come La fattoria degli animali di Orwell
Il progetto di Birobidžan ricorda l’utopia infranta di “La fattoria degli animali” di George Orwell, dove un sogno collettivo si trasforma in oppressione, l’idea di un’utopia che, nata con le migliori intenzioni, finisce per tradire se stessa, degenerando in un sistema di prevaricazione e controllo. Entrambi gli esempi rivelano come i sogni collettivi, quando manipolati da regimi autoritari o da dinamiche di potere distorte, possano trasformarsi in strumenti di sofferenza, anziché di liberazione.
Birobidžan, la “prima Israele” concepita da Stalin, era stata presentata come una terra promessa per gli ebrei sovietici: un luogo in cui avrebbero potuto costruire una vita nuova, con libertà culturale e identità autonoma, lontano dalle persecuzioni e dall’antisemitismo radicato nella società russa. Tuttavia, la realtà di questo progetto si rivelò ben diversa. La regione era una landa desolata, paludosa, infestata da insetti e priva delle infrastrutture di base per sostenere una comunità prospera.
L’idea di Stalin, che inizialmente poteva apparire come una soluzione innovativa, nascondeva in realtà un progetto cinico: isolare gli ebrei in un luogo remoto e inospitale, rendendoli vulnerabili e facilmente controllabili dal regime. Il sogno di un’utopia ebraica si trasformò così in una trappola, un esperimento sociale fallito che lasciò questo popolo deluso, impoverito e abbandonato. Proprio come ne La fattoria degli animali di Orwell, che racconta la parabola di una rivoluzione tradita, dove la fattoria diventa così una distopia, in cui i sogni di emancipazione degli animali vengono soffocati da un sistema che li sfrutta più di quanto facessero gli esseri umani.
Un romanzo di formazione a struttura circolare che, attraverso i flashforward, esplora più livelli di evoluzione
Questo romanzo si distingue per la sua struttura immersiva e l’uso sapiente del punto di vista narrativo. La scelta di adottare una narrazione in prima persona, senza filtri o edulcorazioni, rende la diegesi fortemente soggettiva e intima. Il protagonista, Isaac Kaluv, si rivela al lettore con disarmante sincerità, esponendo tanto il suo cinismo, quanto aspetti più controversi, come il disincanto verso il matrimonio e il rifiuto delle proprie origini. Lo stile diretto, quasi spietato, diventa un mezzo per mettere in discussione norme sociali e tradizioni, offrendo una riflessione sul senso di appartenenza e sull’identità.
Dal punto di vista critico, il romanzo affronta il tema della memoria con una complessità che intreccia il piano personale con quello storico. I flashforward che ricostruiscono la storia familiare non sono meri inserti esplicativi, ma strumenti per evidenziare il peso della Storia collettiva sulla psicologia individuale. La figura del nonno Jacob emerge come una sorta di “mito fondante“, il cui vissuto esemplifica la sofferenza e la resilienza di un popolo segnato da eventi drammatici. La memoria qui non è semplicemente un recupero nostalgico, ma una lente attraverso cui il protagonista rifiuta consapevolmente il passato, in un gesto quasi iconoclasta.
La doppia identità è un tema centrale e trova espressione stilistica attraverso la stratificazione dei registri narrativi. L’introspezione psicologica si alterna a momenti di descrizione più cruda e realistica, creando un contrasto che amplifica il senso di alienazione del protagonista. Questa alienazione non si limita alla sfera personale, ma si estende al piano professionale: la sua attività come spia del KGB diventa una metafora della frammentazione identitaria, in cui il cinismo evolve da meccanismo di difesa a strumento operativo.
Lo stile, asciutto e deliberatamente privo di abbellimenti, sottolinea l’aspetto disincantato della narrazione. Tuttavia, sotto questa apparente semplicità si nasconde una struttura complessa, che attraverso rimandi temporali e digressioni storiche sfida il lettore a ricostruire i legami fra memoria, identità e morale. Il romanzo si presta quindi a una lettura stratificata, dove ogni livello, dal personale al politico, contribuisce a delineare un ritratto spietato e al contempo profondamente umano.
Il racconto segue una struttura circolare tipicamente popperiana, in cui l’epilogo rappresenta un ritorno a se stessi, arricchiti da un percorso di crescita e trasformazione. Questo viaggio interiore si riflette chiaramente nel cammino di Isaac, il protagonista, il cui processo di formazione culmina in una potente contraddizione al titolo stesso del romanzo. Nelle ultime righe, infatti, Eugenio Cardi sottolinea la conclusione del suo viaggio personale con una frase memorabile: “Non tornai mai più a Birobidžan”.
Consigliato agli amanti del genere storico autobiografico; a chi vuole approfondire fatti accaduti di cui poco si conosce; agli amanti dello stile immersivo diretto e senza eccessi; a chi vuole perdersi dentro a un buon libro.
L’Autore
Eugenio Cardi è uno scrittore romano, autore di undici romanzi pubblicati in Italia e all’estero (Francia, Spagna, Canada, Argentina). I suoi lavori affrontano temi di rilevanza sociale o si sviluppano attraverso profondi percorsi di introspezione psicologica. Tra i suoi romanzi più noti, “Irene F. Diario di una borderline”, dedicato al dramma degli abusi sessuali infantili, è in corso di adattamento cinematografico con la produzione di un cortometraggio.
I libri di Cardi sono stati presentati in sedi prestigiose, come il Senato della Repubblica e la Camera dei Deputati, e accompagnati da figure di spicco del panorama accademico, culturale e giornalistico. Laureato in Scienze Politiche, ha maturato un’esperienza pluriennale nella comunicazione nel settore non profit, collaborando su temi come carceri, minori in difficoltà e immigrazione. Tra le sue iniziative, il laboratorio di scrittura creativa presso il carcere di Regina Coeli e collaborazioni con Save the Children e il Tavolo Asilo.
A Birobidžan io ci sono nato. Storia di un ebreo a metà nella prima Israele; Eugenio Cardi; Santanelli Editore (2024) Pag.200
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