Nelly
Racconto di Anna Cecioni
La madre l’aveva messa al mondo e poi non si era più curata di lei.
Nelly era cresciuta da sola nella campagna desolata, dove l’orizzonte si perdeva a vista d’occhio fra i campi di stoppie. Malgrado ciò, Nelly aveva tirato avanti senza lamentarsi. Era sempre in giro, come se soltanto l’aria aperta e il vento riuscissero a calmare la sua inquietudine. Non aveva sofferto la fame, perché le rare famiglie di contadini del territorio avevano abbastanza cibo da distribuirne ai bisognosi, invece le erano mancate le carezze, la sensazione di qualcuno che ti vuole bene.
Nella pianura spazzata dalle correnti del nord, gli inverni erano interminabili: la neve copriva un mondo sconfinato per mesi e mesi, senza decidersi a mollare la presa. L’abbagliante candore immergeva cose e persone in un film in bianco e nero.

Durante uno dei suoi continui giri di perlustrazione, Nelly si era imbattuta in una casa particolare. I muri irregolari di pietra erano traforati da finestre con imposte sempre aperte: le tendine velavano l’interno, ma lei avrebbe giurato che là dentro regnava calore, armonia. La porta, tinteggiata di rosso, assomigliava a una bocca sorridente. Il camino principale fumava in continuazione, ma il suo non era l’odore delle ciminiere delle fabbriche: sapeva di buono, di legna, di resina ed era bianco come la neve del tetto.
La chiamò la casa allegra.
Tornò molte volte a osservarla e scoprì che vi abitavano quattro persone: un uomo e una donna con i capelli bianchi, una ragazza castana e una bambina bionda, cui Nelly non avrebbe saputo attribuire un’età. Le piacquero molto, tutti e quattro.
Lentamente prese forma in lei una voglia irrazionale di vivere fra quelle mura, abbandonando il gelo della pianura innevata. Perciò un giorno, senza avere ideato un piano preciso, si appostò davanti alla porta rossa.
La bambina fu la prima a vederla e subito allungò la mano in una carezza.
– Mamma! Nonna! Venite a vedere chi c’è.
Gli altri arrivarono di corsa e subito un coro di voci riempì l’aria.
– Oh! Povera piccola!
– Hai fame?
– Come sei bella!

Fu la bambina a farle strada verso l’interno, guidandola davanti a un caminetto dove il fuoco scoppiettava. Nelly avrebbe voluto raccontare tutto di sé ma non riuscì ad aprire bocca, fu capace solo di lievi mugolii accompagnati da occhiate tenere. Forse, proprio a causa quel silenzio quando fu scaldata e rifocillata fu riaccompagnata alla porta.
– Ora va, tesoro, torna dalla tua mamma.
Passò qualche giorno, necessario per trovare il coraggio di tornare di nuovo alla casa allegra, ma alla fine il senso di solitudine prevalse. Nelly tornò alla porta rossa e questa volta riuscì a farsi capire, sia pure nella sua maniera di figlia non amata e non istruita da una madre disattenta.
Fu per il lungo monologo ascoltato in silenzio o per i suoi teneri occhi verdi?
Fu per la nera lucentezza del ciuffo o per la modesta espressione di postulante?
Fatto sta che stavolta lei fu accolta.
Nella casa allegra non c’era un padre ma del resto nemmeno lei aveva mai conosciuto il proprio, anzi non era nemmeno sicura che sua madre avrebbe saputo indicare con certezza chi fra i suoi tanti amanti fosse stato il responsabile di quella figlia non voluta.
Nelly si affezionò subito a quella famiglia ma fra tutti gli abitanti la nonna le rubò il cuore.

Imparò a modulare il tono della sua voce nello stesso modo, ad andarle dietro passo dopo passo, per non perdere nemmeno un attimo della sua vicinanza. La donna si chiamava Ilaria e divenne la sua prima maestra, il suo esempio, il suo amore.
Invece la bambina si trasformò nella sua compagna di giochi, si chiamava Natalia e aveva qualche anno più di lei.
Per Natalia arrivò presto il tempo della scuola.
Nelly le sedeva vicina, seguendo con i suoi occhi verdi la matita che riempiva le pagine del quaderno, eppure per lei non giunse mai il momento di studiare. Era molto pigra la nostra Nelly e preferiva passare il tempo dormendo vicino al camino invece di camminare fra i campi per raggiungere la scuola.
In quegli anni la mamma trovò un lavoro, fu assunta a servizio presso una grande villa e prese presto l’abitudine di trascorrere molte giornate fuori casa. Il nonno, quando tornava dai campi, aveva voglia di farsi un gotto de vin all’osteria e alle lamentele di Ilaria e di Nelly rispondeva ridendo:
– Non bastavano i rimbrotti della moglie, ora devo sorbirmi anche i tuoi, piccola Nelly?
Il tempo passò veloce, accumulando mesi, stagioni, anni.

Natalia crebbe, divenne una bella ragazza, si diplomò, s’innamorò e si sposò andando a vivere in città con il marito. Anche la mamma tornava sempre più di rado, era diventata così elegante! A badare ai campi rimasero i due vecchi, antichi e nodosi come l’albero che cresceva all’angolo della casa allegra, eNelly, che non era molto cresciuta, sembrava ancora lo stesso, grazioso soldo di cacio con meravigliosi occhi verdi.
Poi arrivò un giorno, un giorno molto brutto, in cui nonna Ilaria si ammalò. La sua fu una malattia lunga, ci vollero ben cinque mesi per spengere del tutto la fiammella della sua vita.
Morì accanto a Nelly, che rimase distrutta da quel dolore. Si aggirava come un muto fantasma nelle stanze della casa, che ora non era più allegra. Natalia e la mamma avevano ripreso la loro vita ma lei no, lei non riusciva a superare quel lutto.
Fu una notte di sei mesi più tardi che il nonno, rientrando dall’osteria nella quale ormai si tratteneva troppo a lungo, la trovò seduta sulla sedia accanto al focolare: era sveglia e lo stava aspettando.

L’uomo si turbò. Quello era il posto dove la moglie anno dopo anno aveva atteso il suo rientro a casa. Come Nelly lo vide con gli scarponi infangati, si alzò di scatto e prese a bofonchiare una bella ramanzina. Era molto adirata!
L’uomo rimase immobile senza riuscire ad aprire bocca.
– Santo Cielo! – pensò – sembra proprio Ilaria quando si arrabbiava. Ha la stessa espressione!
Nelly l’aveva lasciato solo nella stanza, uscendo tutta impettita.
– Forse è la grappa che ho bevuto che mi fa sragionare!
Eppure il giorno dopo non ebbe più dubbi: sua moglie si era rincarnata nel corpo di Nelly.
Non poteva più nascondersi che l’espressione, le movenze della piccina fossero quelle di Ilaria. Perfino le tenerezze ritrose, nate da tanti anni di convivenza, erano uguali come la carezza lenta sopra la testa per svegliarlo senza mettere in disordine i capelli.
Allora il nonno scrisse a Natalia e alla mamma perché non sapeva se essere gratificato o spaventato da un evento così anormale.
– Si dice paranormale – lo aveva corretto la nipote, che però non prestò mai fede alle ubbie del vecchio, pur convenendo sui cambiamenti di Nelly.
– Ha mutato intonazione, pause, il modo di alzare la testa, lo sguardo – osservò la mamma, anche se a sua volta dubitava di ciò che per suo padre era ormai una lampante verità.
Comunque, chi con scetticismo, chi con noncuranza, chi con fede profonda, ognuno di loro continuò la propria vita.
Di nuovo le lancette del tempo presero a correre, con il loro carico di gioie e dolori. Nelly si trovava nella casa sperduta fra i campi ormai da diciotto anni, quando, d’improvviso, si fece vecchia. Camminava a fatica, lo sguardo era spento, i ciuffi corvini si erano diradati. Il nonno dovette prendere atto che non le restava molto da vivere.
Impugnò di nuovo la penna.
Venite presto.
Nelly non rimarrà con noi ancora a lungo e vuole rivedervi.
Vi aspetto.

Quel giorno scese una nevicata eccezionale, Natalia e sua madre non riuscirono a trovare subito un mezzo che le portasse all’ex casa allegra. Soltanto tre giorni dopo lo spazzaneve ruppe l’isolamento del villaggio.
A quel punto le due donne presero il primo treno utile. Arrivate alla piccola stazione di pianura, si precipitarono verso casa, temendo che fosse troppo tardi. Bussarono alla porta.
Il nonno aprì.
– Nelly dov’è? – domandò Natalia, ancor prima di salutare.
– E’ al buio nello stanzino da lavoro della nonna. Non mangia da giorni e non vuol vedere nessuno, nemmeno la luce. Però è ancora viva: a me sembra che stia aspettando voi.
Corsero verso lo stanzino ma, fatti pochi passi, si fermarono di colpo: stanca, trascinandosi con fatica, Nelly arrancava verso di loro.
– Gnao – mormorò, con un tono fievole che assomigliava tanto a quello della nonna.
– Nelly, amore mio – esclamò Natalia, chinandosi ad accarezzarle la testa.
La gatta la guardò con una tenerezza infinita, le leccò la mano fredda e con un dolce, malinconico respiro morì fra le sue braccia.
Prima però, un lieve gemito diffuse nella casa un ultimo messaggio.
– Miao!

I tre umani non pronunciarono più una parola, evitando perfino di guardarsi negli occhi, ma tutti furono certi di avere appena ascoltato l’estremo addio di Nelly e di nonna Ilaria, unite fra loro come erano sempre state nella vita.



