24/08/2026
Adriana, Adrianaaaaaa!!!!!
Raccolte Racconti Brevi

Adriana, Adrianaaaaaa!!!!!

Feb 1, 2025

Racconto di Mariceta Gandolfo

Avete riconosciuto il grido?

Sapete chi fa partire questo grido e in quale contesto?

Non c’è nessuno che non ricordi il grido di Rocky Balboa che cerca disperatamente la sua Adriana alla fine di un incontro di pugilato massacrante da cui è uscito mezzo morto, ma vincitore del titolo mondiale dei pesi massimi a conclusione di un film celebre in tutto il mondo, Rocky, che ha dato origine a una serie di sequels nati per sfruttarne il successo planetario.

Ebbene io sono nata perché Rocky possa gridare il mio nome, a conclusione del primo film della serie il più famoso, quello che ha creato il favoloso personaggio di Rocky Balboa, lo stallone italiano, il duro dal cuore tenero, la macchina per dare pugni, che però è anche capace di sentimenti e di amore.

Se fate parte di quel paio di persone che in tutto il mondo non hanno mai visto un film della serie, ebbene  vi farò l’eccezionale favore di riassumervi la trama: Rocky è un giovanottone italo-americano tutto muscoli, cresciuto in un quartiere povero, che trova nel pugilato la chiave per riscattarsi da una vita di rinunce e violenze di strada, giungendo, a prezzo di grandi sofferenze fisiche, alla fama e alla ricchezza.

Rocky ha un corpo scultoreo e lo sguardo un po’  bovino, almeno da quel poco che si riesce a scorgerne,  perché abitualmente il suo viso è ricoperto di sangue. Colui che l’ha creato è Sylvester Stallone (che ne è stato anche l’interprete cinematografico), un tipo che a vederlo sembra tonto, invece è molto intelligente, ha studiato all’università e firma anche la sceneggiatura dei suoi film.

Quando ha creato il personaggio di Rocky Balboa, Stallone ha capito che doveva mettergli accanto una donna di cui fosse innamorato, per umanizzarlo. Rocky era una massa di muscoli, una macchina per tirare pugni, ma doveva renderlo capace di sentimenti, mostrare al pubblico che sotto quella corazza c’era anche un cuore.

E sono nata io, Adriana.

Io sono un personaggio letterario, è evidente. Nella vita reale il campione del mondo dei pesi massimi si accompagnerebbe a una serie di bionde con seni enormi e vitini di vespa, occhi azzurri e bocche a cuore, che per soldi e per notorietà sarebbero ben liete di fornirgli prestazioni sessuali a richiesta. Invece Stallone ha creato me, che non ho tette, sono bruttina, porto gli occhiali e sono la sorella di un operaio, suo compagno di lavoro; ma soprattutto sono timidissima, complessata e gli uomini mi fanno paura, specialmente uno come Rocky, che ha tutta l’aria di un bullo e uno sbruffone.

Quindi cerco di evitarlo, non voglio uscire con lui e soprattutto non gli concedo la minima confidenza, neanche un bacetto sulla guancia. Però inspiegabilmente Rocky si sente attratto da me e con la caparbietà che dimostrerà anche sul ring, a poco a poco riesce a vincere tutte le mie paure.

Così ci innamoriamo e io divento il punto di forza della vita di Rocky, la sua ancora di salvezza, l’oasi di amore e tenerezza a cui attingere per compensare la violenza e la durezza del suo mestiere. Prima ho detto “inspiegabilmente”, perché io stessa non riuscivo a capire perché fossi stata creata così. Poi ho riflettuto che lo sceneggiator è Silvester Stallone  e ho capito tutto. Stallone è di origine italiana (i genitori venivano dalla Puglia) e in me ha realizzato la moglie italiana ideale: non appariscente, anzi bruttina, così nessun altro la desidera e non c’è pericolo che la fanciulla possa fare paragoni con le capacità amatorie di altri pretendenti, timida e ritrosa ( illibata deve essere!) ma soprattutto materna e rassicurante.

L’uomo italiano cerca in ogni donna la mamma che lo protegga e lo consoli, anche se è un fascio di muscoli che mette paura; la nonna di Stallone da parte di madre, poi è un’ucraina di origine ebraica, per cui ha aggiunto nel suo ritratto le qualità della madre ebrea, anch’essa iper protettiva e creatrice di maschi mammoni.

«Adriana, Adrianaaa!».

Con questo grido Rocky cerca me fra gli anonimi volti di centinaia di spettatori che affollano lo stadio dove si è svolto l’incontro decisivo per l’assegnazione del titolo mondiale dei pesi massimi, con questo grido commuoverà milioni di spettatori in tutto il mondo. Nonostante io sia stata creata solo per questo scopo, devo ammettere che sono abbastanza contenta del ruolo che mi è stato assegnato. Intanto devo dire  che nei sequels che sono nati per sfruttare il successo planetario del primo film mi hanno imbellita: saranno stati i soldi perché la nostra situazione economica è molto migliorata (nel secondo film Rocky e io si siamo sposati), sarà stata l’aumentata fiducia in me stessa  perché sono una moglie appagata e felice, ma  ora mi vesto meglio, non porto più gli occhiali e sono diventata quasi bella.

Poi il mio ruolo ha assunto una rilevanza maggiore: non mi limito ad amare Rocky, ma lo accompagno e sostengo nei suoi massacranti allenamenti e gli do saggiamente dei consigli, anche se poi non li segue e fa di testa sua. A questo proposito, col buonsenso delle donne, vorrei dire la mia opinione: per me la storia di Rocky era già bella e conclusa, visto che è ricco, è famoso, ha una donna che lo ama, ha perfino un figlio maschio, perché non se ne quieto e non si gode in santa pace ciò che si è conquistato? Nossignore. Le esigenze del businnes di Hollywood impongono che, dopo il successo del primo film, ne segua un altro e un altro ancora, fino ad arrivare a Rocky 5 o 6, ne ho perso il conto…

Sylvester Stallone si rimette all’opera e inventa che nasce una grande amicizia fra il mio Rocky e Apollo, l’antico avversario, ora ex campione del mondo; questo Apollo vive molto male psicologicamente la sua condizione di ex- campione del mondo e sogna di tornare sul ring per riassaporare il successo, sentendosi ancora fisicamente in forma, pur essendo ormai vecchiotto. Si lancia perciò in una serie di sfide impossibili contro una serie di avversari molto più giovani e impostati di lui, sfide da cui lo salva Rocky, che non riesce a dissuaderlo ma alla fine subentra all’amico per riportare il titolo al suo legittimo detentore.

Io cerco di dissuaderlo e lasciare che Apollo se la cavi da solo, ma naturalmente non vengo ascoltata.  In una di queste sfide (Rocky 4 mi pare) Apollo ci lascia la pelle e muore sul ring, combattendo contro un russo dal fisico mostruoso e dagli occhi di ghiaccio;  Rocky, distrutto dal dolore, sente nascere dentro di sé l’imperativo morale di vendicare l’amico e di riportare il titolo in America (siamo psicologicamente, se non storicamente, in pieno clima di guerra fredda).

A me viene assegnato il solito ruolo della moglie innamorata, che fa da madre a quel bambinone di suo marito, esortandolo a non rischiare la pelle, mettere da parte gli ideali e rifugiarsi al sicuro sotto le sue gonne protettrici. Ma, come millenni prima Ettore non cedette alle medesime preghiere di Andromaca e scelse di affrontare il terribile Achille, così Rocky non seguirà i miei prudenti consigli e sceglierà di affrontare il mostruoso russo che, come saluto di accoglimento, gli sibila “Io ti spiezo”.

Passa il tempo, passano i secoli, ma la capoccia di certi uomini resta dura come in passato! Da Omero a Sylvester Stallone il cliché resta lo stesso: gli uomini volano in alto, inseguendo sogni e ideali, mentre le donne restano “terra-terra”, occupandosi di cose secondarie come mettere al mondo i figli allevarli, prendersi cura degli anziani. Bazzecole! Inoltre, come ho detto prima, questo film è molto orientato sulla contrapposizione politica fra americani buoni e russi cattivi, per cui mi viene affibbiato to un secondo cliché: la moglie americana, cristiana e sensibile, soffre e si dispera ai piedi del ring per ogni sganassone incassato dal suo uomo, mentre la moglie russa, atea e insensibile non si dispera ma si incazza, perché vede che il gigante russo sta perdendo contro ogni previsione.

Pazienza, accetto il mio ruolo!

Del resto non c’è molto da aspettare: Sylvester Stallone sta invecchiando e si sta orientando inesorabilmente a creare per se stesso ruoli non più eroici, ma umoristici (con al centro sempre una mamma se ci fate caso).

Certi uomini, facciano i pugili o gli eroi o i poliziotti, sempre mammoni restano!

( Il Racconto è un estratto da Donne in penombra: Storie semiserie di donne poco importanti ed. Kimerik gentilmente concesso dall’antrice Mariceta Gandolfo )