Anche là tramonta il sole
I Consigliati di Milena Bonvissuto
La fine della civiltà rurale italiana

La fine della civiltà rurale italiana non è stata un evento improvviso, ma un lento sgretolarsi di strutture sociali, economiche e affettive che per secoli avevano retto l’equilibrio delle comunità agricole.
Così l’autore Guglielmo Guzzo ci offre uno specchio di come i cambiamenti possano assumere prospettive diverse a seconda di chi li affronta.
L’emigrazione verso le città, la meccanizzazione dell’agricoltura e la scomparsa della mezzadria hanno segnato l’inizio di una trasformazione irreversibile: la terra, un tempo fulcro dell’identità familiare, è diventata un luogo sempre più vuoto, silenzioso, quasi estraneo.
In questo scenario di dissoluzione prende forma la vicenda del protagonista, un uomo che attraversa mezzo secolo di cambiamenti radicali, portando sulla propria pelle le contraddizioni di un’epoca che ha chiesto molto e restituito poco.
La sua storia si intreccia con quella di un Paese che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta, ha vissuto una rivoluzione culturale senza precedenti.
La contestazione giovanile, il ’68, il mito di Woodstock, la liberazione dei costumi e gli anni di piombo hanno scardinato modelli consolidati, aprendo la strada a un individualismo che spesso ha sacrificato la dimensione affettiva.
La libertà di espressione, conquistata con forza e talvolta con rabbia, ha portato con sé un prezzo: la perdita di un romanticismo che, pur imperfetto, aveva rappresentato un collante sociale.
Il protagonista cresce in questo vortice, vivendo un’esistenza estrema fin dalla giovane età, fino a scontrarsi con una malattia che diventa metafora di un mondo interiore e collettivo in frantumi.
Il passaggio alla terza età introduce un nuovo livello di fragilità. La cecità e la demenza della madre, figura che per tutta la vita era stata fonte di sicurezza, segnano una rottura definitiva.
È il momento in cui il passato non può più essere recuperato, in cui i sogni e le aspirazioni costruite negli anni si dissolvono come polvere.
La crisi personale diventa specchio della crisi di un’intera generazione che ha visto svanire i propri punti di riferimento, ritrovandosi a fare i conti con un presente che non assomiglia più a ciò che era stato immaginato.
Eppure, proprio da questa frattura nasce una possibilità. La dissoluzione di un mondo non è solo perdita: è anche spazio vuoto che può essere riempito.
L’affermazione sociale che emerge alla fine della vicenda non è un trionfo, ma una conquista silenziosa, la stessa che appartiene a molte famiglie italiane ancora oggi.
È la capacità di resistere, di reinventarsi, di trovare un equilibrio nuovo quando quello antico non esiste più.
La riflessione che questa storia impone è semplice e complessa allo stesso tempo: ogni trasformazione sociale porta con sé un costo umano.
La modernità ha liberato, ma ha anche isolato; ha dato voce, ma ha tolto radici.
Forse la vera sfida del nostro tempo è proprio questa: recuperare un senso di comunità senza rinunciare alla libertà, ritrovare un modo di stare insieme che non sia nostalgia del passato né celebrazione cieca del presente.
Perché, in fondo, la storia del protagonista è la storia di tutti noi: un tentativo continuo di restare interi mentre il mondo cambia.



