Il doppio valore simbolico de “Il gabbiano” di Čechov: l’innocenza distrutta e il desiderio di superare i propri limiti
Dal 29 luglio al 2 agosto 2026 sulla scalinata del Castello di Donnafugata la Compagnia Godot, nell’ambito del progetto Palchi Diversi, ha rappresentato la seconda delle tre opere teatrali programmate per questa stagione estiva: “Il gabbiano” di Anton Čechov, un vero e proprio capolavoro di realismo psicologico.
Non è facile dar voce ai conflitti, alle frustrazioni e alla complessità dei sentimenti umani attraverso i dialoghi e i monologhi teatrali senza rischiare di risultare pesanti e perdere l’attenzione del pubblico. È quello che successe nel 1896 quando il dramma fu rappresentato per la prima volta al teatro di Pietroburgo dove fu un fiasco clamoroso che indusse Čechov a restare inattivo per ben due anni e a fargli pensare di chiudere con la drammaturgia.

Fortunatamente nel 1898 al Teatro d’arte di Mosca il dramma riuscì a ottenere un vero e proprio trionfo. Il successo successivo dell’opera nel corso del tempo ha reso questo lavoro una miniera inesauribile di temi e di riflessioni che valgono anche oggi.
La scena e la regia sono di Vittorio Bonaccorso, gli splendidi costumi di Federica Bisegna. Il cast degli interpreti è composto, oltre che dalla Bisegna e da Bonaccorso, anche da Benedetta D’Amato (Nina), Roberto Palomba (Kostia), Alessio Barone, Ginevra Cilia, Mario Predoana, Anna Pacini, Rossella Colucci, Lorenzo Pluchino e Alessandra Lelli.
Sicuramente il pensiero di Čechov fu molto influenzato dalla lettura di Shakespeare, Maupassant, Puškin e Coleridge, come è possibile evincere dai richiami alle opere di tali autori.
Il nucleo della vicenda descrive l’intreccio amoroso fra Konstantin Treplëv, Nina Zarečnaja e lo scrittore Boris Trigorin, attorno a cui ruotano altre figure emblematiche come quella della madre di Konstantin e del medico Dorn. L’azione si svolge in una tenuta di campagna del vecchio Sorin, un ex consigliere di stato, che si affaccia sul lago. I personaggi vivono amori non corrisposti, delusioni artistiche, desideri irrealizzati, rimpianti e il fallimento dei sogni giovanili che riguardano in particolare l’amore e la ricerca della realizzazione artistica.
L’opera inizia con la messa in scena di un’opera teatrale d’avanguardia del giovane Konstantin scritta da lui e interpretata da Nina, la fanciulla di cui è perdutamente innamorato. La madre di Konstantin, la celebre attrice Arkadina, deride lo spettacolo, spingendo il figlio a interromperlo per la vergogna e la disperazione di non sentirsi apprezzato dalla donna. Intanto Nina rimane affascinata dal celebre scrittore Boris Trigorin che è l’amante di Arkadina. L’uomo, attratto dalla purezza della sua esuberante giovinezza, seduce la fanciulla che decide di seguirlo a Mosca per diventare un’attrice, abbandonando Konstantin. Unica ancora di salvezza dalla cocente delusione per lui sarebbe la realizzazione del suo sogno artistico che potrebbe compensare il suo bisogno di essere amato che gli viene negato.
Altro elemento significativo dell’opera è il “gabbiano” che si arricchisce man mano di varie valenze simboliche. In un momento di sconforto, Konstantin uccide un gabbiano e lo depone ai piedi di Nina. L’uccello diventa il simbolo della vita distrutta per gioco, quasi un presagio degli eventi drammatici che seguiranno per entrambi.

Anni dopo, quando i personaggi si ritroveranno nella stessa tenuta, si saprà che Nina è stata abbandonata da Trigorin e che la sua carriera è fallita, ma lei dichiara di essere “un gabbiano”. A questo punto l’uccello marino diventa il simbolo della libertà interiore e della capacità di superare con forza le avversità. Konstantin, sopraffatto dal proprio fallimento artistico e dal rifiuto definitivo di Nina ancora innamorata del suo seduttore, si uccide.
La giovane invece troverà nel suo rinato sogno di celebrità come attrice la spinta per la sua rinascita, al contrario di Kostia che rinuncia alla vita e all’arte perché senza arte e amore la vita stessa non ha più senso per lui.
Le interpretazioni di tutti gli attori sono state eccezionali. Superba, combattuta e determinata la Bisegna che ci consegna il ruolo bifronte e ambivalente di una madre che non riesce a capire e ad amare il figlio come dovrebbe, ma allo stesso tempo si mostra sottomessa, ossessivamente legata al suo amante che implora di non lasciarla, pur conoscendo le sue debolezze. Freddo, cinico, debole e sfuggente appare il personaggio di Trigorin, forse soltanto appagato dal suo ego e dalla sua riconosciuta mancanza di volontà. Meravigliosamente tenera e fragile, si presenta Nina così pura e incantevole nelle sue struggenti giovanili illusioni d’amore e di arte. La D’Amato ha rivelato nell’interpretazione di questo personaggio una capacità di immedesimazione di notevole livello.
Nel confronto fra i due personaggi di Kostia e Nina viene fuori, a mio parere, il messaggio prevalente di quest’opera. L’arte ha due facce: può salvare se viene riconosciuta o diventa una sfida costante di autoaffermazione, ma può distruggere se delude e inchioda nel fallimento.
Anche gli altri personaggi sono stati interpretati in modo magistrale e, per descrivere le caratteristiche di ciascuno, si potrebbe fare un trattato.
Il personaggio del medico Dorn che alla fine mostra sangue freddo nella scoperta della tragedia, mi è apparso come colui che mantiene lucidità e comprensione profonda delle sofferenze umane. Come se lo spirito di Čechov si sia incarnato in lui per trasmettere il messaggio finale che stende un velo di pietà sulle debolezze umane le quali possono arrivare al rifiuto della vita e alla scelta suprema di sprofondare nella fine mortale di ogni sentimento.
Bellissima la scenografia danzante che emula le ali bianche del gabbiano, un simbolo “mobile”, che alterna di continuo il suo doppio significato. Travolgenti le uscite di scena degli attori che si muovono su e giù per le scale, scendono fino a sotto, corrono ansanti nel corridoio in mezzo al pubblico, spezzando continuamente lo spazio scenico in una sorta di metateatro scomposto e frantumato dove corpi e anime paiono inseguirsi con affanno, fagocitando il pubblico coinvolto in quello scenario naturale del parco che ha il potere di rendere tutto reale, surreale e irreale allo stesso tempo.
Bonaccorso con la sua sorprendente regia ha superato se stesso, valorizzando al massimo il linguaggio teatrale con il fermo immagine, le paure, le note ricorrenti al pianoforte, i salti temporali e l’andamento lento e veloce delle azioni ha reso lo spettacolo una vera emozione per gli astanti, specie per chi ama il teatro e ne sa cogliere le infinite sfaccettature.
“È proprio vero che senza il teatro non si può vivere”, ha scritto Čechov mettendo questa frase in bocca al personaggio di Sorin.
Un’altra grande prova di Teatro eccelso che la Compagnia Godot ha donato al suo pubblico e al territorio in un periodo caldissimo di questa estate bollente che almeno riesce anche a riscaldare i nostri cuori, mentre assistiamo allo spettacolo, sospesi fra mille pensieri e il desiderio di tornare ancora.



