02/06/2026
Cesare Pavese: tra realismo e simbolismo
Rubriche Sentieri tra Logos e Parole

Cesare Pavese: tra realismo e simbolismo

Mag 18, 2026

Cesare Pavese (1908-1950), è stato uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano ma anche  figura complessa che ha vissuto il conflitto tra l’ impegno civile e l’ isolamento interiore. La sua vita è stata una ricerca continua e inappagata di un senso di appartenenza che lo porta a quel disagio e a quella irrequietezza esistenziale  che sono stati propri del secolo a cui appartiene. Nella sua opera lo scrittore ha cercato sempre di definire il rapporto tra l’ uomo e le sue radici, tra la realtà storica e la dimensione astorica del mito. Al centro della poetica pavesiana affiora il contrasto insanabile tra la città ( Torino), come luogo della maturità, dell’impegno politico e della solitudine sociale, e la Langa, come spazio della memoria infantile e del mito.

Per Pavese, l’ infanzia non è un semplice ricordo cronologico, ma un “ tempo sacro” in cui le cose accadono per la prima volta, caricandosi di un valore simbolico perenne. Tutta la sua narrativa è un oscillare tra realismo e simbolismo nel tentativo di conciliare queste due opposte tendenze. I suoi romanzi  considerati a lungo come neorealisti, tuttavia hanno poco di oggettivo e documentario. L’ apparente realismo di personaggi e ambienti si carica infatti di significati mitico- simbolici che riflettono l’ interesse che l’ autore nutre per l’ antropologia e la pscicanalisi. I luoghi stessi del suo passato che Pavese ci presenta, non sono  luoghi unici ma universali, i quali attraverso i ricordi acquistano una dimensione favolosa e fantastica. Mitici divennero pertanto per Pavese le strade della sua infanzia, le sue grandi colline, certi aspetti della sua città, ma anche i paesaggi destinati ad assumere l’ impronta del mito.

Questo fluttuare continuo tra il realismo e il simbolismo lo troviamo nel  primo romanzo di Pavese, Paesi tuoi dove il protagonista è Talino, rozzo contadino delle Langhe, che nutre una malsana passione per la sorella e un giorno accecato dalla gelosia, finisce con l’ ucciderla. La descrizione di questa realtà moralmente e socialmente degradata, è condotta da Pavese attraverso una narrazione densa di simboli che si richiama agli studi antropologici e psicologici su cui lo scrittore si era formato. L’ immagine molto viva del sangue e dell’ acqua che è  presente nel racconto, rivela il nesso tra amore e morte che è all’origine del dramma stesso. Questa rappresentazione  molto cruda della vicenda , porta altresì all’ adozione di un linguaggio quotidiano e pebeo, lontano dalla tradizione letteraria. Anche ne La casa in collina, risalta chiaramente la dimensione simbolica della scrittura basata sul contrasto tra la città come luogo della violenza e la collina come luogo edenico e ancora intatto, libero dalla negatività della storia. Pavese rappresenta nel romanzo l’ impatto della guerra e della violenza sui sentimenti privati nonchè l’ impossibilità di rimanere fuori dalla storia. Corrado, il protagonista, è un professore solitario che durante la seconda guerra mondiale, si rifugia sulle colline torinesi per sfuggire ai bombardamenti, ospite di un’ anziana parente. Durante lo sfollamento egli frequenta un’ osteria dove incontra Cate che era stata sua amante. Nel corso di una retata di tedeschi la donna insieme ad altri partigiani, viene catturata e Corrado, temendo di essere coinvolto nella vicenda, decide di fuggire nel paese natale che si trova nelle Langhe. Lo sfondo storico è quello della Resistenza e abbraccia gli anni 1943-1944, ma non si tratta di un romanzo sulla Resistenza. Il tema di fondo infatti, è quello di un intellettuale incapace di aderire in modo costruttivo alla vita, chiuso com’è nella propria solitudine e assillato dalla pena per questa condizione di isolamento e di incapacità di agire.  Nel romanzo  traspare l’esperienza stessa di Pavese che si sente responsabile per non avere preso parte alla Resistenza mentre maestri, amici e conoscenti vi si impegnavano a rischio della vita. E’ evidente pertanto il senso di vuoto e di inutilità per l’impossibilità che egli sente, di aderire alla vita.

Stessa percezione di allontanamento dalla realtà e di inadeguatezza nel recuperare il tempo passato, ritorna nel  romanzo più famoso di Pavese, La luna e i falò. Si tratta di un viaggio malinconico tra memoria e realtà ambientato nelle Langhe dopo la seconda guerra mondiale. Il protagonista del racconto è Anguilla, un orfano cresciuto in una povera cascina delle Langhe. Dopo essere emigrato in America e aver fatto fortuna,  egli torna nel suo paese sperando di ritrovare le radici e l’identità che gli appartiene. Ma il suo ritorno è un approdo a un vero e proprio fallimento perchè molte delle persone che lui conosceva sono morte o sono cambiate; la guerra ha lasciato dietro di sè ferite profonde e odio sociale. Nuto, un partigiano  che un tempo era stato la figura paterna di riferimento per Anguilla, racconta a lui tutti gli orrori della guerra civile contro i nazifascisti, un evento che ha cambiato radicalmente l’ esistenza di tutti. Perfino le figlie del padrone di un tempo alle quali egli era molto affezionato, hanno subito una brutta fine. Di fronte al fallimento dell’illusione di potersi ricollegarsi alle proprie origini, ad Anguilla non rimane altro che ripartire. Il significato finale è l’impossibilità  di ricongiungersi al mito. Anguilla torna cercando la Luna , cioè il paradiso perduto dell’ infanzia, ma trova solo i Falò , ovvero le ferite della guerra e della miseria materiale e morale.

Anche nei tre racconti brevi, pubblicati nel 1949 nella raccolta “ La bella estate”, anche se essi furono scritti in momenti diversi, Pavese affronta il tema  a lui tanto caro, del passaggio dall’ adolescenza all’ età adulta che vede infrangersi i miti della fanciullezza di fronte alla crudezza della realtà. Ne La bella estate del 1940, è presente la storia di Ginia, una giovane operaia che vive la sua  “bella estate” fatta di nuove amicizie nel mondo bohème degli artisti torinesi e di un amore travagliato per il pittore Guido. Il tema qui presente, è la perdita dell’ innocenza per cui la” bella estate” non è una stagione felice ma il momento crudo in cui si diventa adulti attraverso l’esperienza del sesso e la delusione.

Ne Il diavolo sulle colline del 1948, protagonisti sono tre giovani torinesi che trascorrono le vacanze tra la città e la collina fino a quando cadono nella rete di un cocainomane. E’ evidente in questo breve scritto il tema del contrasto tra la natura, ovvero le colline e il degrado della civiltà.

C’è la ricerca filosofica ma vana di un significato che tuttavia sembra sempre sfuggire. Nel romanzo Tre donne sole del 1949, la protagonista è Clelia, una donna  in carriera che dopo essere stata a Roma torna nella sua città natale, Torino, per aprire un atelier di moda. Si ritrova immersa nel vuoto esistenziale dell’ alta società torinese, culminante nel suicidio di una sua dipendente, Rosetta. Il tema è quello della solitudine urbana e dell’incomunicabilità. Si tratta forse del racconto più cupo e vicino alla fine tragica dello stesso Pavese. Ciò che unisce i tre brevi romanzi è il dualismo costante tra la Torino urbana e le colline piemontesi ma anche un senso di attesa sospesa e di conseguente fallimento.

Si passa pertanto dalla scoperta del mondo alla riflessione filosofica e alla disillusione totale della maturità. Lo stesso senso di solitudine e  di dolore nel passaggio  dai miti della fanciullezza  all’ età adulta caratterizzata dalla stanchezza e dal dovere, lo ritroviamo nella prima raccolta poetica Lavorare stanca. Anche qui è presente il contrasto città-campagna, ovvero Torino con le sue strade asfaltate e le fabbriche, che si contrappone alle Langhe, luogo del mito , del sangue e dei ritmi ancestrali. Il protagonista dei versi è spesso un “osservatore” che guarda gli altri vivere o lavorare sentendosi però inevitabilmente escluso. Il lavoro qui non è visto in senso ideologico o politico ma come una fatica esistenziale che caratterizza la vita ma che al tempo stesso la consuma. Il testo che apre la raccolta intitolato Una poesia iconica: I mari del Sud, racconta del ritorno di un cugino che ha girato il mondo e torna nelle Langhe. In questi versi si coglie la rassegnazione di chi ha capito che ovunque si vada, non si può sfuggire a se stessi: “Camminiamo una sera sul fianco di un colle, in silenzio./ Nell’ ombra del tardo crepuscolo mio cugino è un gigante vestito di bianco, che muove pacato…”.

La poesia descrive perfettamente quella sensazione di estraneità che si prova nel mondo moderno, il desiderio di appartenere a qualcosa e , nello stesso tempo, l’impossibilità di riuscirvi. Il titolo è quasi un paradosso. La stanchezza  di cui si parla non è solo fisica, ma è esistenziale ; è infatti l’incapacità di trovare il proprio posto nel mondo e di accettare la vita stessa nella ritualità dei suoi gesti e del suo modo di essere. Dalle opere e dai testi di Pavese passati in rassegna, si evince l’ incessante ricerca di una sintesi tra il neorealismo dell’epoca e un simbolismo di matrice classica. In questo modo lo scrittore supera i confini della narrativa regionale per approdare a un linguaggio universale. La sua opera rimane quindi una tappa imprendiscibile del Novecento, capace di coniugare l’ impegno civile con la più profonda e dolorosa indagine sull’ io. La sua figura si configura come quella di un intellettuale che ha vissuto coerentemente il conflitto tra il dovere della partecipazione agli eventi della storia e l’inevitabile consapevolezza della solitudine sociale ed esistenziale.