Franca Schininà secondo Massimiliano Reggiani: l’etica dello sguardo e l’arte che obbliga al confronto con l’altro

La mostra Senza Confini, che verrà inaugurata venerdì 5 dicembre alle 18:30 negli spazi evocativi del Carcere Borbonico di Caltagirone, apre uno squarcio potente sull’umanità che attraversa il mondo senza mappe prestabilite. Le fotografie di Franca Schininà accompagnano il visitatore in un viaggio che non chiede passaporti, ma sguardi: sguardi capaci di accogliere, interrogare, riconoscere.
L’evento sarà accompagnato dagli interventi istituzionali del Sindaco Fabio Roccuzzo e dell’Assessore alla Cultura Claudio Lo Monaco, curato da Giovanni Canfailla e allestito da Luigi Falcone, con il dialogo critico di Salvatore Parlagreco e restituisce alla città un percorso artistico che intreccia visione e impegno.
È a partire da questo itinerario espressivo che si inserisce la lettura di Massimiliano Reggiani: una riflessione autonoma e penetrante che non nasce dall’occasione inaugurale, ma dall’incontro diretto con le immagini di Schininà. Reggiani scava oltre la superficie, intercettando le tensioni e le verità silenziose che queste opere portano con sé, offrendo così una chiave di lettura più ampia e profonda del loro senso.
“Non si guardano le fotografie di Franca Schininà come semplici opere d’arte visiva, dove il desiderio creativo blandisce e affascina l’autore e lo spinge ad indagare la realtà cercando spunti e momenti di distrazione. Il significato dei suoi scatti è la testimonianza, la possibilità di obbligare l’osservatore al confronto diretto, a sostenere le sguardo dell’altro e quindi a smuovere la coscienza individuale.
Per Franca Schininà la fotografia diventa la forma del comunicare: ne sente l’esigenza, ha bisogno di raccontare, non di raccontarsi. Lei, siciliana di sangue campano, è un esempio di Arte etica, cioè di tecnica vincolata ad un sistema di valori, che vanno necessariamente compresi per dare pienezza al significato dei suoi lavori. Come persona, come donna Franca ha avuto un ruolo sociale, una famiglia, una posizione, sotto il sole accecante e la luce bianca di uno dei gioielli del barocco siciliano: Ragusa. Di questa sua vita, volontariamente, nulla trapela.
Nella sua biografia, però, due aspetti restano preminenti: l’empatia per il patimento dell’essere e l’insofferenza per il dolore ingiustificato. Sono entrambe realtà insostenibili, che vanno affrontate – senza nasconderle al proprio sguardo – anche in relazione al sentimento religioso potentemente intriso di pietas cristiana. Proprio questa chiamata diretta, che si radica negli insegnamenti e nella parola del Cristo, dà alla fotografia di Franca Schininà il valore della testimonianza e assume un ruolo complesso e articolato.
I suoi scatti sono il diario di un percorso esistenziale di concreto avvicinamento alla povertà, per conoscerla, comprenderla e cercare – con spirito fortemente altruista – di arginarla: le sue raccolte fondi in favore delle fasce deboli del Madagascar così come del Guatemala sono un leitmotiv della sua arte. Anche la recentissima pubblicazione curata a Palermo da Navarra editore è un modo concreto per aiutare – attraverso la fotografia – questi ultimi dell’Africa orientale.
Queste immagini, se decontestualizzate dalla biografia dell’Artista, mantengono comunque un alto valore simbolico perché Franca Schininà non costruisce la scena fotografica pur di ottimizzare la composizione. Si pone come filtro sensibile, capace di focalizzare l’attenzione sul contenuto esistenziale depurandolo dal caotico brusio delle vicende quotidiane e transitorie. È come se sapesse porre al centro della scena uno spazio – rispettoso e protettivo – in cui il soggetto possa esprimere liberamente il proprio dramma in cui lo ha costretto un fato cieco e avverso.




L’osservatore, quindi, smarrisce le coordinate spazio – temporali con cui abitualmente costruisce i propri muri difensivi, trincerandosi dietro una rassicurante distanza storica, geografica, confessionale. Adesso invece, nel confronto diretto fra due umanità, quella del privilegio e l’altra del bisogno, è costretto ad identificarsi, a riconoscere la sostanziale unità degli esseri e non più scusanti per restare insensibile ad un lamento che il tempo ha cancellato ma l’arte lo preserva, lo estende e rende universale.
Tre chiavi di lettura coerenti e parallele bastano abbondantemente a sostenere che la fotografia di Franca Schininà sia a pieno titolo Arte e non solo memoria, documento, spinta motivazionale. Questo ci porta, necessariamente, ad un ragionamento più generale che riflette sull’essere artista nel mondo contemporaneo. Queste immagini, che pur hanno un’ottima tecnica, una facilità di inquadratura, un taglio di composizione equilibrata, una grande varietà di temi pur rimanendo tutti coerenti con un’unica ed intensa ricerca, sono oggetti d’arte? Non nascono per essere prodotto commerciale, non sono dettati da una scelta ma da un’emozione. Si interrogano, senza dare risposte, sulla molteplicità del creato e sul mistero del dolore: se l’Arte può essere non solo decorazione ma filosofia, cioè riflessione dell’uomo sul significato dell’esistere, le fotografie di Franca Schininà ne rappresentano un raro e compiuto esempio.”
Massimiliano Reggiani
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