Massimiliano Reggiani racconta Mario Lo Coco: dalla terracotta al silenzio della carta
Lo scultore monrealese abbandona l’argilla e gli smalti per affidare alla carta una nuova cosmologia del frammento, tra memoria, crollo e speranza.
In un’isola d’improvvisa e drammatica serenità creativa, lo scultore monrealese Mario Lo Coco si stacca dall’argilla modellata e dagli smalti cotti a fuoco per lavorare sul candore pallido della carta. Con la terra ha creato forme di geometria elementare dalla superficie tormentata, coni di rotazione che strappano i colori dall’ambiente naturale e serie di sfere che procedono per schemi di cosmica armonia. Adesso lo vediamo impegnato a confrontarsi con una nuova soffice materia, assetata custode di silenziose riflessioni.

Che siano opere di delicata tessitura, gran varietà di tratti ed elementi, rigorosi equilibri compositivi e raffinati cromatismi è visibile a tutti, anche agli sguardi più rapidi e meno sofisticati. Più difficile, invece, è comprenderne la genesi e il significato che questi fogli assumono nel pensiero dell’artista. Mario Lo Coco ha da sempre lavorato con la grigia argilla cruda, scavata con meticolosa assiduità prima di donarle con la cottura la veste vibrante delle invetriature. Dal suo nutrito catalogo di opere scultoree non sembra essere stato attratto dall’ingobbio, ovvero dalla velatura di colore dipinto sulla terra ancora fresca e che il forno connette intimamente con la materia.
Questa scelta di imporre il colore alla forma definita di terracotta con gesto creativo ci racconta molto dell’artista; lo smalto dava la vita e Lo Coco – con istintiva certezza – teneva separata l’idea dall’emozione. L’artista creava, con pazienza infinita, solidi regolari sovrapponendo sottili cordoni di argilla bagnata – come l’antesignano di una stampa 3d – fino ad ottenere il volume desiderato: cubo, sfera, cilindro. Solo dopo, a forma finita, lanciava con mano generosa e gesto attento le polveri per l’invetriatura: il colore cuoceva in combinazioni inaspettate e forme apparentemente libere. Tutto questo ha ragioni personali e profonde, intimamente connesse con la vita vissuta e gli ideali mai traditi della propria identità.
Mario Lo Coco sostiene una visione laica della vita e della società ma sente dentro di sé anche il desiderio di un ordine cosmico che accolga l’esperienza umana e la completi in un significato complessivo e superiore. La radice – con buona probabilità – è legata al territorio: Monreale. Sede nel medioevo normanno di un vescovado ricco e lungimirante, il paese vanta uno spettacolare duomo con sconfinati cicli musivi, cieli d’oro e solenni rappresentazioni figurate del sacro. Il duomo è una scatola cosmica: svela il significato della creazione e il suo fine ultimo spiegandolo però in relazione all’umana esistenza, terrena ed ulteriore. Mario Lo Coco ne conservava l’estasi cromatica modificandone sostanzialmente il contenuto e la narrazione.

I temi cosmogonici sono ricorrenti in tutta la sua arte: sostituiscono la Parola con la filosofia classica, la geometria, la matematica e i movimenti astronomici inquadrati in una logica d’inconoscibile armonia. Tante riflessioni nel suo scolpire incessante hanno abbracciato nuove visioni del mondo: più moderne, sociologiche e politiche, ma sempre bisognose di ricondurre il fragile animo umano alla luminosa perfezione dell’idea. La sua è un’evoluzione profonda e individuale che parte dall’esperienza del tempio per accogliere nuovi e diversi valori, capaci di dare risposte all’uomo senza i vincoli della dottrina.
Adesso, in un particolare momento storico dove il diritto internazionale e gli equilibri geopolitici sembrano avviarsi a forme nuove, inaspettate, l’arte di Mario Lo Coco muta e si rinnova. Dagli schemi della sua formazione, etica e professionale, centrati sul dialogo fra tradizione e innovazione – quindi dal pane d’argilla fresca alla terracotta ed infine alla maiolica – passa alla necessità di preservare la traccia di ciò che ormai si è frantumato. Prima il gesto libero del colore ammantava, sublimava, dematerializzava il volume trasformandosi in un vetro capace di brillare nel tempo. Ora, al contrario, cerca nella carta un materiale che accolga il pensiero cromatico diventando scrigno di memoria.

Proprio questa funzione, così visceralmente desiderata, permette allo scultore ceramista di entrare con successo in un nuovo universo di trame leggere, di acqua e di pigmenti, di fili metallici disposti come linguaggi perduti. La carta lascia penetrare la propria carne con indelebili ferite di colore: non sono il diario di un’anima sensibile ma quello di un’intera civiltà disorientata. Tutto ormai è crollato: prima restavano colori e grafemi misteriosi; ora l’eterna bellezza della tessera musiva si scioglie in una goccia di pigmento; la bellezza del Duomo originario vive solo pochi istanti: è oro liquido, pigmento che scorre, grumo di luce. La fibra di cotone l’assorbe, la carezza, la culla, la preserva. Ogni lavoro su carta di Mario Lo Coco fissa un dolore, un crollo di certezze. La sua potenza espressiva sta proprio in questo: farsi cantore di un tragico tramonto e poeta sincero di una flebile speranza.
Articolo di Massimiliano Reggiani

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