17/01/2026
Doppiezza e ambiguità del linguaggio. L’io rischiara la luce del mondo
Rubriche Sentieri tra Logos e Parole

Doppiezza e ambiguità del linguaggio. L’io rischiara la luce del mondo

Nov 12, 2024

Articolo a cura di Damiano Milone

L’esser di più del linguaggio tra indeterminatezza e vivere ingenuo

Rintracciare in modo definitorio e classificatore l’esser di più della letteratura e della poesia e in generale della scrittura, carpire la caratteristica totalizzante del linguaggio interumano e la sua molteplice versatilità, è la questione centrale di tale contributo. Il parlante o colui che scrive un racconto, un componimento in versi o un brano musicale, si ritrae nell’atto linguistico-espressivo al mondo per narrarlo e rivelarlo in modo diversamente rappresentativo. Potrebbe sembrare curioso considerare che ad esempio l’atto dello scrivere, nel momento in cui gli eventi della vita seguitano incessantemente, ricusa il mondo per il mondo stesso. Seduto a un tavolo su una sedia confortevole, il narratore blocca la propria vitalità per orientarla in ciò che è altro dal mondo stesso. La comodità della seduta è la scomodità del mondo, che per un tempo rimane un non utilizzabile, un non fruito, una possibilità infinita extraindividuale.

Aristotele

L’«alcunché di determinato» diceva Aristotele (2004, p. 345), pertanto, nell’atto del mettere segni su carta o su un dispositivo elettronico, si allontana dal fare utilitaristico del quotidiano, per ritornarvi poi in altro modo. La domanda che ci si può porre in modo genetico è: perché tale fatto? Quale particolarità segna l’allontanarsi del narratore o del parlante dal mondo circostante? Potrebbe essere forse, la circolarità dell’aspetto simbolico della rappresentazione come possibilità effettiva e datrice di senso, come asseriva Cassirer (2003).

Ernst Cassirer

Rimanere legati alla «determinazione oggettiva delle cose» (ivi, 2003, p. 273), significa invischiarsi nel fiume della vita, ma lo scrivere, il parlare, il poetare, il cantare, tracimano il commercio continuo ed economico con il mondo, quest’ultima parola “economico”, andrebbe considerata nel suo senso etimologico, legge della casa. Nello scrivere, è vero che la penna o le singole lettere si tracciano su qualcosa che funge da medium, ma il “no” al fluire è lì tratto e la differenza massima tra io e mondo, si fa causa interna concreta. Se intelletto e scienza sono «forme dell’azione» (ivi, 2003, 72), nel linguaggio e nell’attestazione del simbolico della vita nelle sue forme, si può individuare il calco di quell’esser di più del linguaggio che veniva citato all’inizio di tale contributo.

Michail Michailovič Bachtin 

Quando Bachtin parla di riaccentuazione, individuando in essa una caratteristica della parola del romanzo come processo di deformazione e comprensione dello stile romanzesco; tale analisi dimostra la capacità della scrittura di «dare nuove e vivide vampate, bruciando la crosta oggettivata cresciutagli sopra» (1997, p. 227). Tale crosta, è proprio quella materialità individuale dell’utile che si è carbonizzata dal “no” dello scrittore al mondo, al momento del suo ritiro per lavorare con la sua tazza di tè fumante.

La stessa comunicazione testuale presenta nondimeno, quell’effettiva organizzazione spaziale che frantuma il vivente in ragione della stessa decifrazione. In “L’uomo letterizzato”, de Kerckhove sottolinea come lo stesso orientamento della scrittura «dipende da ciò che risulta più impellente per aiutare il lettore a decifrare un testo» (Bocchi & Ceruti, 2002, p. 270). Anche dalla parte del lettore, infatti, il soggetto soffermandosi su uno scritto interrompe lo scorrere degli eventi per concentrarsi su ciò che altro dal sé percipiente. Forse, la stessa caratteristica dell’uomo postmoderno, è proprio quella «tendenza tipicamente occidentale a inventare sempre nuove tecniche, finzioni e forme» (ivi, p. 276).

Le tecniche della comunicazione digitale e non, interrompono il tempo della datità e dei fatti storici, per poi ritornarvi con una consapevolezza maggiore come ad esempio nel valore del linguaggio demotico dove la parola sta al posto della cosa per fini conativi, anche nell’irrealtà della persuasione retorica (Grotti, 2000). Una chiarificazione di tale doppiezza dell’io individuale nei confronti del rapporto linguaggio/mondo, l’esserci del linguaggio e il non essendoci nell’utilizzabilità del mondano, potrebbe essere rischiarato dalla lezione di Morin. Per il pensatore francese, la differenziabilità della contemporaneità hanno accresciuto i legami, i modelli valoriali e i punti di riferimento normativi.

Ne è venuta fuori una vera e propria «sfida della complessità» (Giaconi, p. 54), che mostra tutta l’ambivalenza del vivere, il suo esser negativo con l’instaurarsi dell’incertezza e il suo afferrabile lato positivo nel «multidimensionale» (Morin, 2007, p. 26) porsi del soggetto con le sue grandi possibilità. Pervenire all’originarietà dell’atto linguistico come retroattività o atto di ritiro dal mondo utilizzabile, significa giungere alla genesi della stessa individualità parlante e, appunto per questo, comprendere il senso della stessa posizione dell’uomo al mondo. Il soggetto proferente o lo scrittore, sancisce il proprio essere in una presenza differita rispetto al mondo fruito, ma tale determinazione di ritiro dal mondano implica comunque «l’esser presente» (Rosenzweig, 1976, p. 104) anche e soprattutto nel processo di significazione semantica delle cose. Questa presenza doppia e di fatto ambigua a sé stessi e al mondo, porta l’io ad un’intrinseca tragicità di ritiro e di sospensione dai propri intimi bisogni.

L’io tragico della coscienza tra scrittura e ritiro al mondo

Hermann Minkowski 

Si è giunti in modo allusivo ad un concetto cardine, quello di tragicità dell’io proferente, scrivente che, con il suo ritirarsi dal mondo sospendendo l’utilizzabilità dello stesso, protende verso l’interno del proprio io divenendo così una coscienza simbolica e nominante. I termini io ed individualità, non vanno considerati da un punto di vista psicologico, ma in ragione di quell’atto effettivamente esistenziale che consta proprio in un esserci di un luogo come quello del dire e della scrittura. Tale declinazione di senso potrebbe essere tacciata di «razionalismo morboso» alla Mikonwski (Pennisi, 1998, p. 103), ovvero di una posizione estremamente razionalizzante e dimentica delle spinte emotive del soggetto volitivo, ma in questa sede si vogliono evidenziare non aspetti psicopatologici del vivere individuale, ma l’originarietà dell’atto linguistico. L’io, ritirandosi dal mondo nel fatto concreto della scrittura, rammenta l’immensa stasi dialettica della realtà, il continuo divenire rappresentativo che è simulazione del vivente. Si può arrischiare a smuovere un Autore immenso che, proprio a partire dalla sua opera, può instradare una maggiore chiarificazione della dialettica del ritiro/ritrovo del mondo: Hegel. Dichiaratamente, è questo il percorso da seguire: un atto rappresentativo dialettico che consta nel ripiegamento dall’utilizzabile mondano per poi mettere in atto un ritorno alla terra del non rimorso, del non rimpianto poiché vivificato dalla luce di uno sguardo nuovo.

Il romanziere narra storie, passioni, personaggi, vicende e poi passeggia tranquillamente in un mondo territorializzato, quando poco prima nel suo studio, ha fatto il pieno di simboli. Non è questa una tragedia di senso? Un pieno di simboli carichi dell’infinito tendere del soggetto che scrivendo nomina spazi di vita per poi ricadere in una vita comune fatta di vie, caffè o di un negozio di frutta e verdura? Citare il filosofo di Stoccarda, fa ricordare che cosa significhi la sua scrittura dialettica, quale compito avesse per noi la sua difficile e a volte criptica opera.

Carlo Sini

Carlo Sini attesta quanto sia importante il «portare a espressione il profondo dell’intelletto nel superficiale dell’intelletto» nella forma di un «[…] risultato dialettico, come il divenuto di tutto il divenire dell’intelletto» (1993, p. 225). L’intelletto sillogizza passando in modo repentino dall’in sé al per sé per giungere, infine, a quel in sé per sé movente e sintetico e, a partire da ciò, racchiude ciò che Heidegger rilevava, ovvero che il confronto con Hegel è soddisfatto se «da una parte deve pervenire a un punto di vista più originario» e, in più, «riuscire a cogliere in maniera immediata ciò che sta a fondamento della sua determinatezza e capacità di determinazione» (2010, p. 8). La determinatezza dell’io ritirato nella scrittura, come riferiva Aldo Stella in generale per la filosofia hegeliana, «non è solo il risultato del processo, ma anche il processo del suo risultare» (2021, p. 44). Il processo di ritiro da parte del soggetto proferente, consta di una coscienza intimamente sdoppiata che vive l’infinito tendere del simbolo nella propria interiorità semantica e il quieto respirare della passeggiata in centro, radura finita e chiacchiericcio del mondo.

L’io come coscienza dell’individuo, è originariamente unico e indiviso ma, nel momento del fatto linguistico, perde la propria unità per ritirarsi al mondo, per sottomettere poi sé stesso all’immutabilità del simbolo narrato che tuttavia diventa, possibilità concreta nelle infinite suggestioni letterarie. L’io, riconoscendosi come singolarità nel prodotto scritto, si ritrae distogliendo il sé al mondo che è raffigurabile come un Immutabile non-figurato.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Tutto ciò per riguadagnare proprio quell’«Immutabile figurato» (Hegel, 2008, p. 313) che è il segno linguistico tanto detto, tanto scritto, tanto afferrato e fruibile dall’intuizione letteraria. Ecco, per tutto ciò, il risultato di tale breve contributo: il valore originario del linguaggio come ritiro e recupero dell’Immutabile dal non-figurato al figurato del segno linguistico per poi, ancora, rimpatriare all’Immutabile tragico. La tragicità dell’io consta dell’ultima parte del triplice percorso: il chiacchiericcio del finito mondano, tanto dolce quanto vuota superficie effimera e non segnica. L’io rischiarato da un’unità ricompresa dopo il momento della scrittura, sente la propria “infelicità” costituita, la sottrazione di quell’infinito che aveva subodorato nelle frasi e periodi trascritti precedentemente.

L’immutabile: l’io rischiara la luce del mondo

Si è giunti alla parte finale del presente lavoro. Si voleva afferrare il significato del linguaggio in tutte le sue forme e, dopo un percorso di senso, si è giunti alla radura dell’Immutabile o dell’infinito tendere. È bene chiarire quanto sopra espresso con un esempio che possa chiarire quanto guadagnato. Seduto sulla poltrona di uno studio angusto, nella penombra amabile della sera, il romanziere si ritrae dal mondo non-figurato per poter agire in modo segnico, aprendo così autostrade infinite di significato nelle parole scritte. Nello scrivere si schiudono legami, dialoghi e correlazioni, l’Immutabile o verità dell’esistenza, si figura e si rileva come esistenzialità segnica e simbolica. Sulla carta o sul pc, i simboli corrono veloci dipingendo personaggi pungenti e facinorosi o, cortesi moniti di placate polemiche. L’Immutabile nella sua verità figurata/segnica, ritirata dal resto del mondo, non rimane solitario a tale evento, poiché il non-figurato del mondo preme e, alla fine, il velo si strappa.

Lo scrittore fa cadere la penna sul tavolo, ha terminato il suo lavoro, una scena principale o secondaria o fors’anche la descrizione dell’opponente; rimugina ancora cambiamenti, prolessi e analessi, ma lo sguardo si è alzato dal foglio scritto. Eccolo al termine, proprio lì in quel momento, l’incontro tra il figurato e il non-figurato della verità dell’esistere: tragedia dell’orizzonte umano linguistico, il mondo è lì davanti a suoi occhi, a ricordargli che il segno prima tracciato e tanto anelato nelle sue estetiche evoluzioni, è in realtà una macchia nera e che i libri prima o poi si ammuffiscono. L’io ha voluto rischiarare la luce di un mondo che tuttavia non lo ha mai compreso come essere parlante.

Bibliografia

Aristotele, (2004). Metafisica, a cura di G. Reale, Milano: Bompiani.

Bachtin, M (1997). Estetica e romanzo, Torino: Giulio Einaudi Editore.

Kerckhove, D. (2002). L’uomo letterizzato in Origini della scrittura in Genealogie di un’invenzione a cura di G. Bocchi, M. Ceruti, Milano: Bruno Mondadori.

Cassirer, E. (2003). Metafisica delle forme simboliche a cura di G. Rao, Firenze: Sansoni.

Giaconi, C. (2007). Le vie del costruttivismo, Roma: Armando Editore.

Grotti, A. (2000). Tra analogico e digitale. La concezione del tempo e le forme della scrittura in Il filo di Sofia a cura di A. Grotti, D. Massaro, Torino: Bollati Boringhieri, pp. 202-239.

Hegel, G., W., F. (2008). Fenomenologia dello Spirito, trad. di V. Cicero, Milano: Bompiani.

Heidegger, M. (2010). Hegel a cura di G. Moretti e trad. di C. Gianni, Rovereto: Zandonai Editore.

Morin, E. (2007). Le vie della complessità in La sfida della complessità a cura di G. Bocchi, M. Ceruti, Milano: Bruno Mondadori.

Pennisi, A. (1998). Psicopatologia del linguaggio. Storia, analisi, filosofie della mente, Roma: Carocci Editore.

Rosenzweig, R. (1976). La scrittura. Saggi dal 1914 al 1929 a cura di G. Bonola, Roma: Città Nuova Editrice.

Sini, C. (1993). Teoria del foglio mondo. La scrittura filosofia. Lezioni universitarie, Milano: Libreria CUEM.

Stella, A. (2021). La Prefazione alla Fenomenologia dello Spirito di Hegel. Interpretazioni critiche e approfondimenti teoretici in Cum-Scientia. Per l’unità nel dialogo. Quaderni della rivista semestrale di filosofia teoretica, Roma: Aracne editrice.