12/07/2024
I mondi possibili nelle città di Fabio Mattaliano in mostra da “Artètika” a Palermo
Arte Eventi

I mondi possibili nelle città di Fabio Mattaliano in mostra da “Artètika” a Palermo

Giu 22, 2024

di Dorotea Rizzo

“antiCorpi” è il titolo della mostra dell’artista Fabio Mattaliano inaugurata giovedì 20 giugno e visitabile fino al 4 luglio presso la galleria “Artètika- Spazio espositivo per l’anima”, situata in via Giorgio Castriota 15 a Palermo. Gli orari di apertura sono: dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 19.30, e il sabato dalle 10 alle 13. L’ingresso è libero.

In mostra saranno presenti 16 opere, tra cui acquerelli di città invisibili e urbe rare, di dimensioni 65×50 cm, e acrilici su tela e tavola che reinterpretano monumenti con misure molto grandi, 125×95 cm e 140×90 cm. Infine, due acquerelli rappresentano delle “torri di case” in verticale di 40×100 cm. Queste opere raccontano la visione di Mattaliano di un mondo delicato e melanconico, ma pieno di bellezza e speranza.

Fabio Mattaliano, nato in Sicilia nel 1963 e laureato in architettura, è un’artista, creativo e web designer. Il suo lavoro è fortemente influenzato dal luogo in cui opera, Palazzo Abatellis, e dal suo percorso di studi. Le sue creazioni sono omaggi alla città di Palermo, reinterpretata attraverso colori vivaci e una leggerezza visiva quasi evanescente, come se fossero “antiCorpi”, con costruzioni rare e oniriche.

La critica e il commento del curatore della mostra, Renato Pantaleo

L’Arte esprime i pensieri nell’unico modo consentito agli artisti – commenta Renato Pantaleo, curatore della mostra antiCorpi -. Fabio Mattaliano narra una visione sovente metafisica, con una riflessione costante sulla relazione spazio temporale: Tà Metà Ta physikà, le cose che stanno al di là del mondo fisico e naturale. Si configura nella sovrapposizione degli elementi, che crea una compressione a volte asfittica delle strutture; le ombre intervengono negli spazi, nelle piazze, nelle vie, nelle scale, in attesa dell’essere umano. Già: l’umano. Secondario rispetto ai suoi costrutti, labile e temporaneo. Il centro è la pietra, che crea un archetipo inamovibile. Lo spazio accoglie la luce, e l’ombra ne è testimone. Una sorta di Babele perenne e inevitabile, diffusa e plurima, che sopravvive all’umano, testimoniando la sua capacità ma evocando la sua piccolezza carnale. Una narrazione raffinata, che rinnova l’enigma dell’interpersonale in rapporto agli spazi in cui si sviluppa.

 “C’è, in effetti, ben poco da curare in questa mostra- aggiunge Pantaleo durante l’inaugurazione. Sento sempre una profonda gratitudine per gli artisti. L’arte è un’alternativa al silenzio delle cose non dette e trascorse, all’avarizia delle emozioni. Da questo deriva la mia gratitudine verso gli artisti, per il modo in cui   donano la loro interiorità. Gli anticorpi sono l’antidoto alla minaccia del nostro corpo e gli consentono di vivere. La pietra sopravvive a chi l’ha strutturata e organizzata di conseguenza dobbiamo considerare che   tante cose che faremo in questo mondo, anche il nostro  pensiero  creativo , ci  sopravviveranno.  Fino a quando ci saremo avremo il controllo poi le pietre, le nostre opere proseguiranno.

L’arte ci dona un segno di speranza e di ottimismo in un mondo che da sempre è pieno di conflitti, noi stressi abbiamo dentro di noi conflitti irrisolti. Però, fino a quando l’artista avrà voglia di dipingere scolpire e comporre, mettendo in atto il proprio pensiero creativo, il mondo sarà salvo”.

Le parole del critico d’Arte, Massimiliano Reggiani

Il titolo, volutamente, è suggestivo e indeterminato: può indicare la contrapposizione fra individuo e società espressa nella forma dell’abitare, dove il tessuto urbano supera le ambizioni personali assumendo una propria, irrepetibile, identità. Oppure la contrapposizione fra il durevole e il fugace, fra il transitorio delle generazioni e la concretezza della sedimentazione storica. O ancora, alludendo al suo significato letterale e medico, ciò che ci permette di reagire, e quindi di combattere l’improprio, il patogeno; una risposta immunitaria che fa dell’architettura l’espressione distintiva della collettività. Non una somma scomposta di individualità, un coacervo di singoli, una massa informe, bensì l’armonia di una pluralità organizzata.

Fabio Mattaliano ha speso una vita professionale nella conservazione e valorizzazione dei beni culturali: è perciò abituato a riconoscere le peculiarità senza creare contrapposizioni, a risolvere nel palpito incessante degli adattamenti le continue eccezioni alla regola. Per questo la sua Arte è straordinariamente inclusiva, senza aspirare al canone della forma ma estremamente sensibile alla continuità della funzione.

“Per quanto possibile – sostiene l’Artista – l’errore va mantenuto, la perfezione, se esiste, è poco interessante perché non racconta nulla”. Un’estetica scevra da pregiudizi, più attenta al vero che al reale, dotata di una straordinaria capacità di riprogettazione trattata con la leggerezza del gioco e la potenza di una continua e indomita ricreazione.

“L’arte – continua Mattaliano – non è altro che provare a vedere le cose diversamente, c’è sempre un’altra maniera, un mondo che non conoscevi. L’obiettivo è riuscire a liberarsi di tutte le sovrastrutture sociali e morali per arrivare al puro segno, quello di un bambino”. Ovviamente basta soffermarsi sulla perfezione tecnica degli acquarelli in mostra, sul loro tratto accuratissimo – scientifico e metodico – per comprendere il pieno significato di questa espressione.

Il puro segno, quello del bambino, non è il gesto impacciato di chi ancora deve impadronirsi della tecnica ma quello libero da ogni preconcetto che continuamente scopre, si stupisce e si immerge in una vita costantemente nuova, inesplorata, senza la polvere delle false esperienze e dell’abitudine, l’ovvietà della ripetizione seriale. Un mondo che affascina perché la mente è ancora abbastanza elastica e fresca per lasciarsi rapire dalla sua bellezza, una realtà che viene rielaborata senza posa e diventa materia per un narrare sostanzialmente simile ma venato di particolari, declinazioni e presenze sempre diverse.

Una provetta capacità grafica incontra la libertà dell’immaginazione, l’esperienza che si rimescola per trovare l’essenza, la potenzialità della mente progettuale che trascende in continuazione il dato oggettivo senza tradirlo ma rinnovandolo in una serie di equipollenti variazioni. Ogni titolo, infatti, racconta un mondo possibile: dalla verticalità delle torri, all’arcaismo onirico di porte civiche e cittadelle, alla sconfinata libertà di un belvedere, alla lotta con gli elementi nel sofferto equilibrio di chi vive arrampicato sulle scogliere. Non è solitudine, ma corpo sociale: il più forte degli anticorpi contro l’appiattimento del pensiero.

L’intervista all’artista Fabio Mattaliano

  • Il titolo della mostra è “antiCorpi”. Può spiegarci in breve il suo significato?

Anticorpi, ante-corpo allude alle case, alle costruzioni che ci sono ed esistono prima del corpo, che non ci trascendono ma che di certo percepiamo come immanenti.  Nello stesso tempo la parola anticorpi ci rimanda alla difesa, alla cura possibilmente percepita dallo spettatore come un antidoto contro l’indifferenza, la cecità. Uno stimolo insomma verso un risveglio dal torpore a cui siamo abituati nel percepire le cose che, invece, vanno viste anche da prospettive diverse rispetto a quelle tradizionali.  

  • Come è nata la sua passione per l’arte e cosa ha influito sulla sua attività creativa?

L’attività di mio padre come pittore mi ha indubbiamente trasmesso questa passione.  L’odore dell’olio dei suoi dipinti che ho respirato durante la mia infanzia e anche la mia attività di architetto da adulto, credo abbiano influito molto.

  • Cosa rappresentano i colori che vediamo alternarsi con vivacità nei suoi dipinti?

Il gioco dei colori e il suo intento è ciò che appartiene all’arte che ha lo scopo di fare percepire   nuovi modi di vedere le cose.  Palermo è colorata in maniera inusuale per sbigottire lo spettatore e indurlo a riflettere sulle cose, che possono essere viste anche in maniera differente e insolita   rispetto   a quello che siamo abituati a vedere.   È un invito al sogno, alla dimensione onirica. Il colore inusuale delle cose: la strada rossa, i monumenti di colore verde… ribalta tutto, regalando dunque, almeno spero, una diversa prospettiva.

  • Quale ruolo attribuisce alle figure umane?

Le persone sono ridotte a   figure fantasma, labili, del tutto assenti negli acquerelli. E’ la casa, la dimora ad essere protagonista, il rifugio, l nido, la famiglia, elemento che ci parla e ci rimanda alle tradizioni delle nostre culture. L’ omaggio alla nostra città certo è palese visto che è stata culla di tante civiltà che hanno dato vita a strutture diverse.

  • C’è nelle sue opere una sorta di liberazione dagli schemi convenzionali a cui siamo abituati?

 Direi di sì…  Nelle opere l’intento è quello di indurre chi le osserva   a liberarsi dalle   sovrastrutture sociali e morali, dalle convenzioni, per ritrovare se stesso e le proprie origini.

 Il commento di Esmeralda Magistrelli, la gallerista di Artetika.

Una sorpresa   per noi questa mostra- ci spiega Esmeralda –  che casualmente è piombata da noi per la bellezza delle opere e anche della personalità di Fabio Mataliano di cui apprezzo in particolare l’iperattività del carattere, l’urgenza, l’esigenza continua di creare e sperimentare.  Le opere raccontano una Palermo rivalutata attraverso i suoi monumenti dove non c’è la presenza del corpo umano ma tanto colore e, laddove l’uomo viene rappresentato, è il colore bianco, il non colore   a renderlo invisibile, impalpabile. Non si tratta di un gioco di colori accattivanti, come sostiene giustamente Gigliola Magistrelli, ma di una narrazione fatta attraverso il colore   Il rosso che si espande come un mare di sangue sulla strada, in cui sono presenti labili figure umane e linee che formano croci, sembra indirizzarci verso un involontario e inconscio racconto delle drammaticità che il mondo sta vivendo.  Ma, insieme a questo, c’è anche la speranza trasmessa dal colore giallo del sole e dall’ azzurro del cielo…

Ci congediamo dalla mostra sicuri di avere visto e soprattutto immaginato la città attraverso mille punti di vista differenti riuscendo a trovare in ognuno di loro un senso a ciò che riusciamo a dare alle cose al di là delle loro consuete caratteristiche. Il senso questa volta è dettato dalla nostra immaginazione che oltrepassa i muri e le strade e va dritto a una città forse sognata, ma non per questo meno reale.